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La Polemica Grande Fra Christ e Satan
Tabla de Contenidos
Introduzione
Prima del peccato, Adamo godeva della diretta
comunione con il suo Creatore; ma dopo che l'uomo in seguito alla
trasgressione si fu separato da Dio, il genere umano venne privato di
questo grande privilegio. Per il piano della redenzione, però, fu
aperta una via che consente agli abitanti della terra di avere contatto
coi cielo. Dio, mediante il suo Spirito, ha parlato agli uomini, e così
la luce divina è stata data al mondo attraverso le rivelazioni da lui
fatte ai servitori che si è scelti. « I santi uomini di Dio hanno
parlato, essendo sospinti dallo Spirito Santo » 2 Pietro 1: 21 (D).
Durante i primi venticinque secoli della storia
umana, non ci fu rivelazione scritta. Coloro che venivano istruiti da
Dio comunicavano ad altri la conoscenza ricevuta, che così era
trasmessa di padre in figlio, di generazione in generazione. La stesura
della Parola scritta ebbe inizio al tempo di Mosè. Fu allora che le
rivelazioni ispirate vennero raccolte in un libro. L'opera proseguì nel
corso di sedici secoli: da Mosè, lo storico della creazione e della
legge, a Giovanni, il custode delle più sublimi verità del Vangelo.
La Bibbia indica Dio come suo autore, nondimeno è
stata scritta da mani umane. Nella differenza di stile dei suoi vari
libri, essa presenta le caratteristiche dei suoi scrittori. Le verità
rivelate sono state date per ispirazione di Dio (2 Timoteo 3: 16), però
sono espresse con le parole degli uomini. L'Essere infinito, mediante
il suo Spirito, ha fatto risplendere la sua luce nelle menti e nei
cuori dei suoi servitori. Egli ha dato sogni e visioni, simboli e
figure; e coloro ai quali la verità fu così rivelata la concretizzarono
con un linguaggio umano.
I dieci comandamenti furono enunciati da Dio stesso e
scritti dalla sua stessa mano. Essi, perciò, sono redazione divina e
non umana. La Bibbia, invece, con le sue verità divine espresse col
linguaggio degli uomini, presenta l'unione del divino con l'umano.
Questa unione esisteva nella natura di Cristo che era allo stesso tempo
il Figliuolo di Dio e il Figliuolo dell'uomo. Della Bibbia si può dire
quello che fu detto di Gesù: « La Parola è stata fatta carne ed ha
abitato per un tempo fra noi » Giovanni 1: 14.
Scritti in epoche diverse, da uomini che differivano
notevolmente sia per ceto sociale che per occupazione e doti mentali e
spirituali, i libri della Bibbia presentano un notevole contrasto nello
stile e una grande varietà nella natura degli argomenti trattati. I
vari scrittori ricorrono a diverse forme di espressione, e così accade
spesso che la stessa verità venga presentata con maggiore vigore da uno
scrittore piuttosto che da un altro. Inoltre, dato che uno stesso
argomento è trattato da vari scrittori con diversità di aspetti e di
connessioni, il lettore superficiale o animato da pregiudizi può vedere
discordanze e contraddizioni là dove invece lo studioso riflessivo e
riverente, dotato di percezioni più chiare, scopre un'ammirevole
armonia.
Presentata da dífferenti scrittori, la verità viene
esposta nei suoi vari aspetti. Uno scrittore è più colpito da un
aspetto dell'argomento e si sofferma su quei punti che meglio si
armonizzano con la sua esperienza e con la sua maniera di concepire le
cose e di valutarle; un altro si sofferma su un altro aspetto e cosi
ognuno, sotto la guida dello Spirito Santo, espone quanto lo ha
maggiormente colpito. Si ha in tal modo in ciascuno dei relatori un
differente aspetto della verità e una perfetta armonia dell'insieme. Le
verità così rivelate si uniscono e formano un tutto perfetto, adatto
alle necessità degli uomini in tutte le circostanze e le esperienze,
della vita.
Dio si è compiaciuto di rivelare la sua verità al
mondo per mezzo di agenti umani, ed Egli stesso col suo Spirito Santo
li ha qualificati e resi idonei per compiere quest'opera. Egli ha
guidato la mente nella scelta di quello che doveva essere detto e
scritto. Il tesoro è stato affidato a vasi di terra, sì, ma procede dal
cielo. La testimonianza, anche se trasmessa mediante l'imperfetto
linguaggio degli uomini, é pur sempre la testimonianza di Dio; e il
figlio di Dio che ubbidisce e crede, vede- in essa la gloria della
potenza divina piena di grazia e di verità.
Nella sua Parola, Dio ha comunicato agli uomini la
conoscenza necessaria alla salvezza. Le Sacre Scritture debbono essere
accettate come rivelazione autorevole e infallibile della sua volontà.
Esse sono il modello del carattere, le rivelatrici della dottrina e il
banco di prova dell'esperienza. « Ogni Scrittura è ispirata da Dio e
utile ad insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla
giustizia, affinché l'uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per
ogni opera buona » 2 Timoteo 3: 16, 17.
Il fatto che Dio abbia rivelato la sua volontà agli
uomini per mezzo della sua Parola, non ha reso inutile la costante
presenza e la guida dello Spirito Santo. Al contrario, lo Spirito fu
promesso dal nostro Salvatore per schiudere la Parola ai suoi servitori
e illuminarli perché ne applicassero gli insegnamenti. Ora, poiché è lo
Spirito di Dio che ha ispirato la Bibbia, è impossibile che quanto esso
insegna sia in contrasto con l'inségnamento della Scrittura.
Lo Spirito non fu dato -né mai potrà essere
accordato- perché sostituisse la Bibbia, in quanto le Scritture
stabiliscono in modo esplicito che la Parola di Dio è la regola in base
alla quale vanno provati tanto l'insegnamento quanto l'esperienza. Dice
l'apostolo Giovanni: « Diletti, non crediate ad ogni spirito, ma
provate gli spiriti per sapere se son da Dio; perché molti falsi
profeti sono usciti fuori nel mondo » 1 Giovanni 4: l. Isaia dichiara:
« Alla legge e alla Testimonianza; se alcuno non parla secondo questa
parola, certo non vi è in lui alcuna aurora » Isaia 8: 20 (D).
Un grave danno è stato recato all'opera dello Spirito
Santo in seguito agli errori di una certa categoria di persone che
pretendevano di avere ricevuto una luce particolare e perciò di non
avere bisogno della guida della Parola di Dio. Tali persone sono
governate da impressioni che considerano come la voce di Dio
nell'anima; invece lo spirito che le anima non è quello di Dio.
Attenersi a impressioni, trascurando le Scritture, può condurre solo
alla confusione, all'inganno e alla rovina, perché equivale a
incrementare l'opera del Maligno. Poiché il ministero dello Spirito
Santo è di vitale importanza per la chiesa di Cristo, uno degli
espedienti di Satana consiste proprio -grazie agli sbagli degli
estremisti e dei fanatici - nel gettare il discredito sull'opera dello
Spirito Santo e nell'indurre il popolo di Dio a trascurare la fonte di
potenza che il Signore ha provveduto per noi.
In armonia con la Parola di Dio, lo Spirito Santo
doveva continuare l'opera nella dispensazione evangelica. Nel corso dei
secoli durante i quali venivano date le Scritture dell'Antico e del
Nuovo Testamento, lo Spirito Santo non cessò di infondere la luce nelle
menti dei singoli, e cio a parte le rivelazioni da incorporare nel
sacro canone. La stessa Bibbia, d'altro canto, ricorda che mediante lo
Spirito Santo gli uomini ricevevano avvertimenti, rimproveri, consigli
e direttive su cose che non avevano un rapporto diretto con la
comunicazione delle Scritture. Si parla, per esempio, di profeti. dei
quali nulla ci è stato tramandato. Allo stesso modo, dopo che fu chiuso
il canone delle Scritture, lo Spirito Santo avrebbe proseguito la sua
opera per illuminare, avvertire e consolare i figli di Dio.
Gesù promise ai suoi discepoli: « Il Consolatore, lo
Spirito Santo, che il. Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà
ogni cosa I e vi rammenterà tutto quello che v'ho detto » Giovanni 14:
26. « Ma quando sia venuto lui, lo Spirito della verità, egli vi
guiderà in tutta la verità... e vi annunzierà le cose a venire »
Giovanni 16: 13. La Scrittura insegna in modo esplicito che queste
promesse, lungi dal limitarsi al periodo apostolico, si estendono alla
chiesa di Cristo di tutti i tempi. Il Salvatore rassicurò i suoi
seguaci dicendo: « Ecco, io son con voi in ogni tempo, infino alla fine
del mondo » Matteo 28: 20 (D). Paolo,. a sua volta, dichiarò che i doni
e le manifestazioni dello Spirito dovevano essere posti nella chiesa «
per il perfezionamento dei santi, per l'opera dei ministero, per
l'edificazione del corpo di Cristo, finché tutti siamo arrivati
all'unità della fede e della piena conoscenza del Figliuol di Dio, allo
stato d'uominí fatti, all'altezza della statura perfetta di Cristo »
Efesini 4: 12, 13.
Per í credentí di Efeso, l'apostolo Paolo pregava: «
L'Iddio del Signor nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia lo
Spirito di sapienza, e di rivelazione, nella riconoscenza d'esso; e gli
occhi della mente vostra siano illuminati, acciocché sappiate quale è
la speranza della sua vocazione, e quali son le ricchezze della gloria
della sua eredità, ne' luoghi santi; e quale è, inverso noi che
crediamo, l'eccellente grandezza della sua potenza » Efesini 1: 17-19
(D). Il ministero dello Spirito divino, nell'illuminare l'intelletto e
nell'aprire la mente alle cose profonde della Parola di Dio, era la
benedizione che Paolo invocava sulla chiesa di Efeso.
Dopo la meravigliosa manifestazione dello Spirito
Santo alla Pentecoste, Pietro esortò i suoi uditori al pentimento e al
battesimo nel nome di Cristo per la remissione dei peccati, quindi
aggiunse: « Voi riceverete il dono dello Spirito Santo. Perciocché a
voi è fatta la promessa, ed a' vostri figliuoli, ed a coloro che
verranno per molto tempo appresso; a quanti il Signore Iddio nostro ne
chiamerà » Atti 2: 38, 39 (D).
In stretto rapporto con le scene relative al gran
giorno di Dio, il Signore tramite il profeta Gioele promise una
speciale effusione dello Spirito Santo (Gioele 2: 38). Tale promessa
ebbe un parziale adempimento nell'effusione dello Spirito Santo il
giorno della Pentecoste, e raggiungerà il suo pieno adempimento nella
manifestazione della grazia divina che accompagnerà l'opera conclusiva
del Vangelo.
La grande lotta fra il bene e il male andrà
aumentando d'intensità sino alla fine dei tempi. In ogni epoca l'tra di
Satana si è scatenata contro la chiesa di Cristo, ma Dio ha riversato
la sua grazia e il suo Spirito sul suo popolo per dargli la forza di
resistere alla potenza del Maligno. Gli apostoli di Cristo, quando
dovevano recare il Vangelo al mondo e ricordarlo per le generazioni
future, furono dotati di una particolare illuminazione dello Spirito. A
mano a mano poi che la chiesa si avvicinerà alla sua liberazione
finale, Satana agirà con crescente vigore perché « è disceso a voi con
gran furore, sapendo di non aver che breve tempo » Apocalisse 12: 12.
Egli opererà « con ogni potenza e prodigi e miracoli di menzogna » 2
Tessalonicesi 12: 12 (D). Per seímila anni questo essere dotato di una
grande intelligenza -un tempo era il più eccelso fra gli angeli di Dio-
si è completamente dedicato all'opera dell'inganno e della rovina.
Tutte le risorse della sua abilità e della sua sottigliezza satanica;
tutta la crudeltà che egli è andato gradatamente sviluppando nel corso
di questa millenaria lotta, saranno messe in atto contro il popolo di
Dio nella fase finale di questo conflitto. In questo tempo di pericolo
i seguaci di Cristo debbono dare al mondo l'avvertimento del secondo
avvento e preparare un popolo « immacolato e irreprensibile » 2 Pietro
3: 14. La grazia e la potenza di Dio non saranno meno necessarie allora
di quanto lo erano ai' tempi apostolici.
Mediante la luce impartita dallo Spirito Santo, le
scene del lungo conflitto fra il bene e il male sono state presentate a
chi ha scritto queste pagine. Di quando in quando mi è stato consentito
di con-templare gli sviluppi, attraverso i secoli della grande lotta
fra Cristo, il principe della vita, autore della nostra salvezza, e
Satana, principe del male, autore del peccato e primo trasgressore
della santa legge di Dio. L'inimicizia di Satana per Cristo si è
manifestata anche contro i suoi seguaci. Lo stesso odio nei confronti
della legge divina, lo stesso metodo di inganno per il quale l'errore è
fatto passare per verità, e che è valso a sostituire le leggi umane
alla legge di Dio, come pure a indurre gli uomini ad adorare la
creatura al posto del Creatore, si pos-sono ritrovare in tutta la
storia passata-Gli sforzi di Satana per mettere in cattiva luce il
carattere dell'Onnipotente e spingere gli uomini a farsi un falso
concetto di lui, come anche a considerarlo con un senso di ti-more
misto a odio, anziché con amore; i suoi reiterati tentativi per mettere
da parte la legge divina, di modo che gli uomini si ritengano sciolti
dalle sue esigenze; le sue persecuzioni contro chi ardisce opporsi ai
suoi inganni: tutto ciò si è verificato nei secoli e lo si può
ritrovare anche nella storia dei patriarchi, dei profeti, degli
apostoli, dei martiri e dei riformatori.
Nel grande conflitto finale, Satana ricorrerà agli
stessi espedienti, manifesterà lo stesso spirito e agirà - come del
resto ha semp re fatto nel -- passato - per il conseguimento del
medesimo fine. Quello che è stato, sarà ancora, a parte il fatto che la
battaglia futura sarà caratteriz-zata da una violenza senza precedenti.
Gli inganni di Satana risulteranno più sottili, i suoi attacchi più
determinati e tali « per sedurre, se fosse possibile, anche gli eletti
» Marco 13: 22.
Mentre lo Spirito di Dio schiudeva davanti alla mia
mente le grandi verità della sua Parola e faceva passare dinanzi a me
le scene .del passato e del futuro, ho ricevuto l'incarico di far
conoscere agli altri quello che mi era stato così rivelato, per modo
che fosse possibile rifare la storia della lotta attraverso i secoli e
presentarla in maniera tale da gettare luce sulla lotta che si sta
avvicinando rapidamente. A questo scopo ho cercato di selezionare e di
raggruppare le varie vicende della storia della chiesa, sì da poter
scorgere le grandi verità basilari che nelle diverse -epoche sono state
date al mondo, suscitando così l'ira di Satana e l'inimicizia di una
chiesa attaccata al mondo; verità che sono state conservate per la
testimonianza di coloro che « non hanno amato la propria vita, anzi
l'hanno esposta alla morte ».
In questa rievocazione si può scorgere un presagio
del conflitto che va profilandosi dinanzi a voi. Considerandola alla
luce della Parola di Dio e con l'ausilio dello Spirito Santo, si
possono smascherare le astuzie di Satana e i pericoli che dovranno
essere evitati da chi vuole essere trovato « immacolato » all'avvento
del Signore.
I grandi avvenimenti che nei secoli passati hanno
contrassegnato il progresso della riforma appartengono alla storia e
sono molto noti, oltre che universalmente riconosciuti dal mondo
protestante: si tratta di fatti incontestabili. Questa storia l'ho
presentata brevemente, in armonia con l'intento di questo libro. Tale
brevità andava necessariamente osservata, e così i fatti sono stati
condensati in poco spazio e secondo un criterio di coerenza in vista di
un'adeguata comprensione della loro applicazione. In alcuni casi,
quando uno storico aveva raggruppato gli eventi sì da fornire in
sintesi una visione abbastanza vasta dell'argomento e aveva riassunto i
particolari in maniera adatta, sono state riportate testualmente le sue
parole. In altri casi, invece, non si è seguito questo principio in
quanto le citazioni vengono fatte non perché lo scrittore costituisce
un'autorità in materia, ma perché le sue affermazioni forniscono una
precisa ed efficace presentazione del soggetto. Uso analogo è stato
fatto degli scritti che si riferiscono all'opera della riforma nella
nostra epoca.
Lo scopo del presente volume non è tanto di
presentare nuove verità intorno alla lotta dei tempi passati, quanto di
esporre fatti e princìpi che hanno a che fare con gli eventi futuri.
Nondimeno, considerati come- parte non trascurabile della lotta tra le
forze della luce e quelle delle tenebre, tutti questi resoconti del
passato acquistano un significato nuovo: per mezzo di essi la luce si
riflette sull'avvenire, illuminando il sentiero di quanti, come i
riformatori di un tempo, saranno chiamati - e forse anche a rischio del
loro stesso benessere terreno- a testimoniare per « la Parola di Dio e
la testimonianza di Gesù ».
Illustrare le scene della grande lotta fra la verità
e l'errore; svelare le astuzie di Satana e indicare i mezzi per
resistergli; presentare una soluzione soddisfacente del grande problema
del male, gettando luce sull'origine del peccato e sulla sua
eliminazione finale, perché siano così affermate la giustizia e la
benevolenza di Dio in tutto il suo modo di procedere nei confronti
delle sue creature; mettere in risalto la natura santa e immutabile
della sua legge: questo è lo scopo del presente volume.
La fervida preghiera dell'autore è che per mezzo di
esso molte anime siano liberate dalla potenza delle tenebre e rese «
partecipi dell'eredità dei santi nella luce », per lodare Colui che ci
ha amati e ha dato se stesso per noi.
E.G. White
Capitolo 1
Previsione del Destino del Mondo
«
Oh se tu pure avessi conosciuto in questo giorno quel ch'è per la tua
pace! Ma ora è nascosto agli occhi tuoi. Poiché verranno su te de'
giorni nei quali i tuoi nemici ti faranno attorno delle trincee, e ti
circonderanno e ti stringeranno da ogni parte; e atterreranno te e i
tuoi figliuoli dentro di te, e non lasceranno in te pietra sopra
pietra, perché tu non hai conosciuto il tempo nel quale sei stata
visitata » Luca 19: 42-44.
Dall'alto
del monte degli Ulivi, Gesù contemplava Gerusalemme. Bella e soffusa di
pace era la scena che si apriva dinanzi al suo sguardo. Era il tempo
della Pasqua, e da ogni parte i figli d'Israele erano convenuti per la
celebrazione della grande festività nazionale. I maestosi palazzi e i
massicci bastioni della città si ergevano in mezzo ai giardini, ai
vigneti, ai pendii verdeggianti tinteggiati dalle tende dei pellegrini,
sullo sfondo delle colline degradanti a terrazze. La figlia di Sion
sembrava dire, con orgoglio: « Io seggo regina e non conoscerò mai il
lutto », tanto appariva bella allora e tanto era sicura del favore del
cielo, come lo era stata secoli prima quando il Salmista cantava: «
Bello si erge, gioia di tutta la terra, il monte di Sion, dalle parti
del settentrione, bella è la città del gran re » Salmo 48: 2. Di fronte
si ergevano, dominatori, i magnifici edifici del tempio. I raggi del
sole morente facevano scintillare i suoi muri di marmo, rifulgere l'oro
delle sue porte, della sua torre e dei suoi pinnacoli. « La perfetta
bellezza » era il vanto della nazione giudaica. Quale israelita poteva
contemplare una simile visione senza provare un brivido di gioia e di
ammirazione? Eppure i sentimenti di Gesù erano ben diversi. San Luca
scrive: « E come si fu avvicinato, vedendo la città, pianse su lei »
Luca 19: 41. In mezzo al tripudio generale per la sua entrata
trionfale, mentre rami di palma venivano agitati, grida di « Osanna! »
risvegliavano l'eco delle colline e migliaia di voci lo proclamavano
Re, il Redentore del mondo fu sopraffatto da un profondo senso di
tristezza. Egli, il Figlìuolo di Dio, il Promesso d'Israele, la cui
potenza aveva vinto la morte e tratto dalla tomba i suoi prigionieri,
piangeva. Non si trattava di un dolore passeggero, bensì di una
profonda e irrefrenabile angoscia.
Gesù,
pur sapendo dove lo avrebbero condotto i suoi passi e vedesse
schiudersi dinanzi a sé la scena del Getsemani, non piangeva per sé.
Vedeva, a poca distanza, la porta delle pecore dalla quale per secoli
erano passate le vittime destinate al sacrificio, e sapeva che essa si
sarebbe aperta anche per lui, quando sarebbe stato condotto
all'uccisione come un agnello (Isaia 53: 7). Poco lontano c'era il
Calvario, luogo della crocifissione. Sul cammino che Cristo fra breve
avrebbe percorso, si sarebbe abbattuto l'orrore delle più fitte tenebre
allorché Egli avrebbe dato l'anima sua come offerta per il peccato.
Eppure non era la visione di quelle scene che, in quell'ora di gioia
generale, gettava un'ombra su di lui. Non era neppure il presagio della
sua angoscia sovrumana ad adombrare il suo spirito altruistico. Gesu
pliangeva sulle migliaia di abitanti di Gerusalemme votati alla morte
per la cecità e per l'impenitenza di quanti Egli era venuto a
beneficare e a salvare.
Davanti
agli occhi di Gesù, ripassavano mille anni di storia contrassegnati dal
particolare favore di Dio e dalla sua patema cura per il popolo eletto.
Là, sul monte Moria, il figlio della promessa (Isacco) si era lasciato
legare sull'altare senza opporre resistenza: emblema dell'offerta del
Figliuolo di Dio. Là era stato confermato al padre dei credenti
(Abrahamo) il patto di benedizione, la gloriosa promessa messianica
(Genesi 22: 9, 16-18). Poco oltre, le fiamme del sacrificio che erano
salite al cielo dall'aia di Ornam avevano distolto la spada dell'angelo
sterminatore (1 Cronache 21), simbolo appropriato del sacrificio e
della mediazione del Salvatore in favore degli uomini colpevoli.
Gerusalemme era stata onorata da Dio al di sopra di qualunque altro
luogo della terra. Il Signore aveva scelto Sion e l'aveva desiderata
come sua dimora (Salmo 132: 13). In essa, per secoli, i profeti avevano
dato i loro messaggi di avvertimento. In essa i sacerdoti avevano
agitato i loro turiboli, mentre nubi d'incenso, con le preghiere degli
adoratori, erano salite al cielo fino a Dio. In essa, ogni giorno, il
sangue degli agnelli immolati era stato offerto quale preannuncio
dell'Agnello di Dio. In essa Iddio aveva rivelato la sua presenza nella
nuvola di gloria sopra il propiziatorio. In essa si era eretta la
mistica scala che univa il cielo e la terra (Genesi 28: 12; Giovanni 1:
51), scala sulla quale salivano e scendevano gli angeli di Dio e che
schiudeva al mondo la via al santissimo per eccellenza. Se Israele,
come nazione, fosse rimasto fedele al Signore, Gerusalemme sarebbe
sussistita in eterno, eletta di Dio (Geremia 17: 21-25). Purtroppo,
però, la storia di quel popolo favorito era piena di cadute e di
ribellioni. Gli israeliti avevano resistito alla grazia del cielo,
fatto un cattivo uso dei privilegi ricevuti e disprezzato le
opportunità loro offerte.
Quantunque
Israele si fosse beffato dei messaggeri di Dio, avesse disprezzato le
sue parole e schernito i profeti (2 Cronache 36: 16), l'Eterno aveva
continuato a essere « pietoso e misericordioso, lento all'ira e grande
in benignità e verità » Esodo 34: 6 (D). Nonostante il reiterato
rigetto da parte del popolo, la grazia divina aveva continuato a
manifestarsi attraverso rinnovate esortazioni. Con un amore più -grande
di quello di un padre per il figlio prediletto, Dio « mandò loro a più
riprese degli ammonimenti, per mezzo dei suoi messaggeri, poiché voleva
risparmiare il suo popolo e la sua propria dimora » 2 Cronache 36: 15.
Quando le rimostranze, le esortazioni e i rimproveri risultarono vani,
Egli non esitò a dare il miglior dono del cielo; anzi in quel dono Dio
dava tutto il cielo.
Il
Figliuolo di Dio in persona era venuto a esortare la città impenitente.
Era stato Cristo a trarre fuori dall'Egitto Israele, simile a vite
pregiata (Salmo 80: 8). Era stata la sua mano a scacciare le nazioni
pagane davanti al suo popolo. Era stato Cristo a piantare la « vigna
d'Israele » su una fertile collina. Era stata la sua vigile cura a
ergere intorno ad essa una barriera di protezione. Erano stati i suoi
servitori ad averne cura. « Che più si sarebbe potuto fare alla mia
vigna », Egli esclamò, « di quello che io ho fatto per essa? » Isaia 5:
1-4. Mentre Egli si aspettava che facesse dell'uva, essa aveva fatto
delle lambrusche; nondimeno, Dio nella ferma speranza di vederla
portare frutto, era venuto nella sua vigna e aveva cercato di sottrarla
alla distruzione. Dopo avere dissodato la terra che la circondava, la
potò e, con sforzi incessanti, fece il possibile per conservare in vita
la vigna da lui piantata.
Per
tre anni il Signore della luce e della gloria visse in mezzo al suo
popolo. Egli andò « attorno facendo del bene, e guarendo tutti coloro
che erano sotto il dominio del diavolo » Atti 10: 38. Guarii i contriti
di cuore, proclamò la libertà ai prigionieri, rese la vista ai ciechi,
l'uso delle membra ai paralitici, l'udito ai sordi; purificò i
lebbrosi, risuscitò i morti e predicò l'Evangelo ai poveri (Luca 4: 18;
Matteo 11: 5). A ogni categoria di persone, senza nessuna distinzione,
fu rivolto l'invito: « Venite a me, voi tutti che siete travagliati ed
aggravati, e io vi darò riposo » Matteo 11: 28.
Pur
essendo ricambiato con l'odio e l'ingratitudine (Salmo 109: 5), Egli,
sorretto dall'amore, proseguì imperterrito nella sua missione di
misericordia. Mai respinse chi cercava la sua grazia. Pellegrino senza
tetto, avendo come retaggio la povertà e il disprezzo, Gesù visse per
sopperire alle altrui necessità e per alleviare l'umana distretta,
esortando gli uomini ad accettare il dono della vita. Le ondate di
misericordia respinte dai cuori induriti, ritornavano con accresciuto
vigore recando l'offerta di un amore ineffabile e sublime. Ma Israele
si era allontanato dal suo migliore Amico, dal suo unico Aiuto. Gli
appelli del suo amore furono disprezzati, i suoi consigli respinti, i
suoi avvertimenti volti in ridicolo.
L'ora
della speranza e del perdono scorreva rapidamente, mentre si andava
colmando il calice dell'ira di Dio a lungo repressa. La nube che si era
progressivamente addensata durante il lungo periodo di apostasia e di
ribellione, era sul punto di esplodere su un popolo colpevole.
Colui
che, solo, avrebbe potuto salvare Israele dal fato incombente, era
stato schernito e stava per essere crocifisso. Quando Cristo sarebbe
stato inchiodato sulla croce del Calvario, sarebbero finiti i giorni
d'Israele come nazione favorita e benedetta da Dio. La perdita di una
sola anima è una calamità che supera di gran lunga i guadagni e i
tesori del mondo; ed ecco che mentre Gesù contemplava Gerusalemme, il
fato di una intera città, di tutta una nazione si profilava dinanzi a
lui: fato di una città e di una nazione che un tempo erano state il
tesoro particolare di Dio.
I
profeti avevano pianto sull'apostasia d'Israele e sulle terribili
devastazioni che il suo peccato avrebbe provocato. Geremia desiderava
che i suoi occhi fossero una sorgente di lacrime per poter piangere
giorno e notte l'uccisione della figliuola del suo popolo, per la
greggia del Signore che stava per essere condotta in cattività (Geremia
9: 1; 13: 17). Perciò è facile intuire la tristezza di Colui che col
suo sguardo profetico passava in rassegna non anni, ma secoli. Egli
vedeva l'angelo sterminatore, con la sua spada snudata contro la città
che era stata per tanto tempo la dimora dell'Altissimo. Dall'alto del
monte degli Ulivi, luogo che più tardi fu occupato da Tito e dal suo
esercito, Egli contemplava la valle; il suo sguardo si posava sui sacri
recinti e sui portici e vedeva, con gli occhi pieni di lacrime, in una
paurosa prospettiva, le mura circondate dagli eserciti nemici; udiva il
passo cadenzato delle legioni in marcia verso la linea del
combattimento, e le grida dei figli che, nella città assediata,
chiedevano il pane alle proprie madri. Si raffigurava la sua santa e
bella casa, con i suoi palazzi e le sue torri, in preda alle fiamme che
avrebbero lasciato solo un cumulo di macerie fumanti.
Guardando
attraverso i secoli, Cristo vedeva il popolo del patto disperso per
ogni dove, simile ai relitti di un naufragio su una spiaggia deserta.
Nella retribuzione temporale che stava per abbattersi sui suoi figli,
Egli scorgeva solo il primo sorso di quell'amaro calice che nel
giudìzio ultimo esso avrebbe dovuto bere fino all'ultima stilla. Con
divina pietà, con intenso amore, Egli pronunciò le accorate parole: «
Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti
sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figliuoli, come
la gallina raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete
voluto! » Matteo 23: 37. Oh, se tu, nazione favorita sopra ogni altra,
avessi conosciuto il tempo della tua visitazione e le cose che
appartengono alla tua pace! lo ho trattenuto l'angelo giustiziere, ti
ho invitata al pentimento, ma invano. Tu non ti sei limitata a
respingere i miei servitori, i miei delegati, i miei profeti, Hai
addirittura rigettato il Signore d'Israele, il tuo Redentore. Tu sola
sei responsabile della tua distruzione. « Eppure non volete venire a me
per aver la vita! » Giovanni 5: 40
Cristo
vedeva in Gerusalemme un simbolo del mondo indurito nell'incredulità e
nella ribellione; un mondo che si avviava verso il giudizio retributivo
di Dio. Egli sentiva gravare sulla propria anima tutto il peso del
dolore di un'umanità caduta, e questo gli strappava un grido di
profonda amarezza. Vedeva le vicende del peccato messe in risalto dalle
umane miserie, dalle lacrime e dal sangue. Il suo cuore si riempiva di.
una infinita pietà verso gli afflitti e i sofferenti, e desiderava
ardentemente risollevarli. Purtroppo, la sua potente mano non poteva
respingere l'ondata dell'umano dolore, in quanto pochi cercavano
l'unica Fonte di aiuto. Egli era pronto a esporre la sua anima alla
morte per rendere possibile la loro salvezza, ma pochi sembravano
disposti ad andare a lui per avere vita.
La
Maestà del cielo in lacrime! Il Figlio dell'Iddio infinito era turbato
nello spirito, oppresso dall'angoscia. La scena suscitava in cielo un
vivo stupore in quanto rivelava l'immensa iniquità del peccato e
dimostrava quanto fosse arduo, anche per una potenza infinita, salvare
il colpevole dalle conseguenze della trasgressione della legge di Dio.
Gesù, spingendo il suo sguardo verso l'ultima generazione umana, vide
il mondo coinvolto in un I inganno simile a quello che aveva provocato
la distruzione di Gerusalemme. Il grande peccato dei giudei era stato
il loro rigetto del Cristo; il grande peccato del mondo cristiano
sarebbe stato il rigetto della legge di Dio, base del suo governo sia
in cielo che sulla terra. I precetti di Dio sarebbero stati disprezzati
e annullati. Milioni di esseri, servi del peccato, schiavi di Satana,
condannati a soffrire la morte seconda, avrebbero rifiutato di prestare
ascolto alle parole di verità. Terribile cecità! Strana infatuazione!
Due
giorni prima della Pasqua, dopo essersi allontanato per l'ultima volta
dal tempio e avere denunciato l'ipocrisia dei capi giudei, Cristo si
recò di nuovo con i suoi discepoli sul monte degli Ulivi e si sedette
con loro sul pendio erboso che dominava la città. Ancora una volta Egli
contemplò le mura di Gerusalemme, le sue torri, i suoi palazzi. Ancora
una volta il suo sguardo si posò sul tempio che, nel suo smagliante
splendore, simile a un diadema, coronava il sacro colle.
Mille
anni prima, il Salmista aveva magnificato il favore di Dio verso
Israele, nel fare del tempio la sua dimora. « E il suo tabernacolo in
Salem, e la sua stanza in Sion ». « Egli elesse la tribù di Giuda; il
monte di Sion, il quale egli ama. Ed edificò il suo santuario, a guisa
di palazzi eccelsi » Salmo 76: 2; 78: 68, 69 (D). Il primo tempio era
stato edificato durante il periodo della maggiore prosperità
ísraelitica. Grandí quantità di materiali pregiati erano state raccolte
da re Davide, mentre il progetto della costruzione era stato fatto su
ispirazione divina. Salomone, il più saggio dei monarchi d'Israele,
aveva completato il lavoro, e il tempio era risultato la costruzione
più splendida che mai il mondo avesse visto. Eppure, tramite il profeta
Aggeo, il Signore Iddio aveva dichiarato circa il secondo tempio: « La
gloria di quest'ultima casa sarà più grande di quella della prima ». «
Farò tremare tutte le nazioni, le cose più preziose di tutte le nazioni
affluiranno, ed io empirò di gloria questa casa, dice l'Eterno degli
eserciti » Aggeo 2: 9, 7.
Dopo
la distruzione per opera di Nebucadnetsar, il tempio fu riedificato
circa cinquecento anni prima della nascita di Cristo, da un popolo che,
dopo una lunga cattività, ritornava in un paese praticamente deserto e
devastato. Vi erano, in seno al popolo, uomini anziani i quali, avendo
conosciuto la gloria del tempio di Salomone, piansero quando furono
gettate le fondamenta del nuovo edificio, tanto esso risultava
inferiore al precedente. Il sentimento di tristezza di quei giorni è
ben descritto dal profeta: « Chi è rimasto fra voi che abbia veduto
questa casa nella sua prima gloria? E come la vedete adesso? Così
com'è, non è essa come nulla agli occhi vostri? » Aggeo 2: 3; Esdra 3:
12. Fu f atta, allora, la promessa che la gloria della nuova casa
sarebbe stata più grande di quella della prima. I
Il
secondo tempio, pero, non uguagliava il primo quanto a magnificenza, né
era stato oggetto dei segni della presenza divina tipici del primo
tempio. La sua consacrazione non fu contrassegnata da nessuna
manifestazione di potenza sovrannaturale, e nessuna nube di gloria
venne a posarsi sul santuario appena eretto. Nessun fuoco scese dal
cielo per consumare l'olocausto posto sull'altare. Lo « scechinà » non
era più, nel luogo santissimo, in mezzo ai cherubini; non c'erano più
né l'arca, né il propiziatorio, né le tavole della legge. Nessuna voce
echeggiò dal cielo per far conoscere la volontà di Dio al sacerdote in
attesa.
Per
secoli, i giudei avevano cercato inutilmente di rendere: conto in che
modo si sarebbe adempiuta la promessa fatta da Dio per mezzo del
profeta Aggeo. L'orgoglio e l'incredulità avevano annebbiato le loro
menti in modo tale che essi non riuscivano a comprendere il significato
delle parole profetiche. Il secondo tempio non fu onorato dalla nube
della gloria di Dio, bensì dalla presenza vivente di Colui nel quale
abitava corporalmente tutta la pienezza della deità: Dio manifestato in
carne. Il « Desiderio di tutte le nazioni » era venuto effettivamente
nel suo tempio quando l'Uomo di Nazaret insegnava e guariva nei sacri
recinti. Per la presenza di Cristo, e in questa sola, il secondo tempio
superò in gloria il primo. Ma Israele aveva respinto il dono del cielo.
Con l'umile Maestro che quel giorno uscì dalle sue porte dorate, la
gloria si era per sempre allontanata dal tempio. Si adempivano già le
parole del Salvatore: « Ecco, la vostra casa vi è lasciata deserta »
Matteo 23: 38 (D).
I
discepoli erano rimasti stupiti e sgomenti nell'udire la predizione di
Cristo circa la distruzione del tempio, e vollero conoscere più a fondo
il senso delle sue parole. Ricchezze, lavoro, abilità architettonica:
tutto era stato profuso per oltre quarant'anni per assicurare tanto
splendore. Erode il Grande aveva letteralmente dilapidato la ricchezza
romana e il tesoro giudaico, senza contare i doni dell'imperatore del
mondo che l'avevano arricchito ancora di più. Massicci blocchi di marmo
bianco di dimensioni quasi favolose, mandati appositamente da Roma,
formavano una parte della sua maestosa struttura. Su di essi i
discepoli richiamarono l'attenzione del Maestro, dicendo: « Maestro,
guarda che pietre e che edifizi! » Marco 13: l.
A queste parole Gesù solennemente rispose: « Io vi dico in verità:
Non sarà lasciata qui pietra sopra pietra che non sia diroccata » Matteo 24: 2.
I
discepoli, allora, associarono il sovvertimento di Gerusalemme con gli
eventi relativi alla venuta personale di Cristo, ammantatò di gloria
temporale, per prendere possesso del trono dell'impero universale,
punire gli ebrei impenitenti e infrangere il giogo dell'oppressore
romano Poiché il Signore aveva loro detto che Egli sarebbe venuto di
nuovo, essi collegarono la menzione del castigo di Gerusalemme con tale
venuta. Raccolti intorno al Salvatore, sul monte degli Ulivi, chiesero:
« Dicci, quando avverranno queste cose? e qual sarà il segno della tua
venuta, e della fine del mondo? » Matteo 24: 3.
Il
futuro fu misericordiosamente velato ai discepoli. Se essi, allora,
avessero compreso perfettamente i due spaventosì fatti - le sofferenze
e la morte del Redentore e la distruzione della città e del tempio
sarebbero stati sopraffatti dall'orrore. Il Cristo, perciò, presentò
loro un quadro degli eventi più sintomatici che si sarebbero verificati
prima della fine dei tempi. Le sue parole, però, non furono del tutto
capite; nondimeno il loro significato sarebbe stato svelato al suo
popolo, quando questo avrebbe avuto bisogno delle direttive da lui
impartite. La profezia di Gesù aveva due significati: mentre da un lato
prediceva la distruzione di Gerusalemme, dall'altro preannunciava gli
orrori dell'ultimo grande giorno.
Gesù
indicò ai discepoli, che lo ascoltavano attenti, i castighi che si
sarebbero abbattuti su Israele apostata, e la giustizia retributiva che
sarebbe derivata dal rigetto del Messia e dalla sua crocifissione.
Segni inconfondibili avrebbero preceduto quello spaventoso fato; ore
tremende sarebbero sopraggiunte rapide e inattese. Il Salvatore così
disse ai discepoli: « Quando dunque avrete veduta l'abominazione della
desolazione, della quale ha parlato il profeta Daniele, posta in luogo
santo (chi legge pongavi mente), allora quelli che saranno nella
Giudea, fuggane ai monti » Matteo 24: 15, 16; Luca 21: 20, 2 l. Quando
i labari romani sarebbero stati posti sul terreno sacro che si
estendeva fuori le mura di Gerusalemme, i seguaci di Cristo avrebbero
dovuto trovare salvezza nella fuga. Allorché sarebbero apparsi i segni
premonitori, chi voleva fuggire non avrebbe dovuto indugiare. Per tutta
la Giudea, come pure nella stessa città, il segnale della fuga doveva
essere raccolto immediatamente. Chi si fosse trovato sul tetto della
casa non doveva entrare in essa, neppure per mettere in salvo i suoi
tesori più preziosi; chi era a lavorare nei campi o nelle vigne, non
avrebbe dovuto perder tempo per raccogliere i propri indumenti deposti
a motivo della calura del giorno. Non si dovevano attardare per nessun
motivo, perché in tal caso sarebbero stati coinvolti nella distruzione
generale.
Sotto
il regno di Erode il Grande, Gerusalemme era stata non solo molto
abbellita, ma l'erezione di torri, mura e fortezze aveva aggiunto nuova
forza alla sua già salda posizione strategica, rendendola
apparentemente inespugnabile. Chi, allora, avesse predetto
pubblicamente la sua distruzione, sarebbe stato -come Noè ai suoi tempi
' tacciato di folle allarmista. Cristo, però, aveva detto: « Il cielo e
la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno » Matteo 24: 35. A
causa dei suoi peccati, l'ira si era andata accumulando contro
Gerusalemme; la sua ostinata incredulità rendeva ormai sicuro il suo
fato.
Per
mezzo del profeta Michea, il Signore aveva dichiarato: « Deh!
ascoltate, vi prego, o capi della casa di Giacobbe, e voi magistrati
della casa d'Israele, che aborrite ciò ch'è giusto e pervertite tutto
ciò ch'è retto, che edificate Sion col sangue e Gerusalemme con
l'iniquità! I suoi capi giudicano per dei presenti, i suoi sacerdoti
insegnano per un salario, i suoi profeti fanno predizioni per danaro, e
nondimeno s'appoggiano all'Eterno, e dicono: "L'Eterno, non è egli in
mezzo a noi? non ci verrà addosso male alcuno!" » Michea 3: 9-11.
Queste
parole descrivevano fedelmente i corrotti ed egoisti abitanti di
Gerusalemme i quali, pur asserendo di osservare rigidamente i precetti
della legge di Dio, ne trasgredivano tutti i princìpi. Essi odiavano
Cristo, la cui purezza e santità mettevano a nudo la loro iniquità;
anzi lo accusavano addirittura di essere lui la causa di tutte le
calamità che si erano abbattute su di loro a motivo dei loro peccati.
Sebbene sapessero che Egli era senza peccato, essi avevano. dichiarato
che la sua morte era necessaria alla loro salvezza come nazione. I capi
giudei dicevano: « Se lo lasciamo fare, tutti crederanno in lui; e i
romani verranno e ci distruggeranno e città e nazione » Giovanni 11:
48. Essi pensavano che se Gesù fosse stato sacrificato, sarebbero
potuti diventare ancora una 'volta una nazione forte e compatta. Fu
così che contribuirono alla decisione del sommo sacerdote, secondo la
quale era meglio che un uomo morisse, anziché far perire l'intera
nazione.
Così
i capi giudei avevano edificato « Sion col sangue e Gerusalemme con
l'iniquità » Michea 3: 10. Eppure, mentre uccidevano il loro Salvatore
perché disapprovava i loro peccati, essi si stimavano tanto giusti da
considerarsi il popolo eletto di Dio e da aspettare da parte del
Signore la liberazione dai nemici. « Perciò, per cagion vostra, Sion
sarà arata come un campo, Gerusalemme diventerà un mucchio di rovine, e
il monte del tempio un'altura boscosa » Michea 3: 12.
Per
circa quarant'anni, a partire dal momento in cui Gesù pronunciò il suo
vaticinio su Gerusalemme, il Signore ritardò il suo castigo sopra la
città e sopra la nazione. Meravigliosa fu la pazienza di Dio nei
confronti di quanti avevano respinto il suo Vangelo e messo a morte il
suo Figliuolo. La parabola del fico sterile rappresentava il
comportamento dell'Altissimo verso il popolo giudeo. L'ordine' era
stato dato: « Taglialo; perché sta lì a rendere improduttivo anche il
terreno? » Luca 13: 7. Eppure la misericordia divina aveva atteso a
lungo. Molti fra i giudei ignoravano ancora il carattere e l'opera di
Cristo. I figli non avevano avuto l'opportunità di ricevere la luce che
era stata disprezzata dai genitori. Dio voleva che la luce risplendesse
su di essi per mezzo della predicazione degli apostoli e dei loro
collaboratori. In tal modo essi avrebbero avuto l'occasione di
costatare l'adempimento della profezia non solo nella nascita e nella
vita di Cristo, ma anche nella sua morte e nella sua risurrezione. I
figli non erano condannati per le colpe dei padri; ma una volta che
avevano conosciuto la luce, se l'avessero respinta, sarebbero diventati
anch'essi partecipi dei peccati dei genitori e, così, avrebbero fatto
traboccare il calice della loro iniquità.
La
grande sopportazione di Dio verso Gerusalemme valse solo a confermare i
giudei nella loro ostinata impenitenza. Pieni di odio e di crudeltà nei
riguardi dei discepoli di Gesù, essi respinsero l'ultima offerta della
misericordia. Dio allora non li protesse più e rimosse da Satana e dai
suoi angeli la sua potenza di controllo, sì che la nazione venne a
trovarsi sotto il pieno controllo dei capi che si era scelti. Avendo
schernito le profferte della grazia di Cristo che dava loro modo di
poter resistere agli impulsi malefici, questi finirono con l'avere il
sopravvento. Satana, allora, eccitò le più fiere e vili passioni
dell'animo. Gli uomini non ragionavano più: agivano mossi dall'impulso
e da un'ira cieca e violenta. Divennero addirittura satanici quanto a
crudeltà. In seno alla famiglia e alla società, sia nelle classi
elevate che in quelle basse, v'erano il sospetto, l'invidia, l'odio, la
contesa, la ribellione e il delitto. Non c'era sicurezza in nessun
posto: amici e parenti si tradivano a vicenda; i figli uccidevano ì
genitori e i genitori i figli. I capi del popolo non riuscivano più ad
autocontrollarsí, e le passioni, non più arginate, li rendevano
tirannici. I giudei avevano accettato la falsa testimonianza per
condannare l'innocente Figliuolo di Dio, e ora le false accuse
mettevano in pericolo la loro stessa vita. Con il loro comportamento
avevano ripetutamente detto: « Toglieteci d'innanzi agli occhi il Santo
d'Israele! » Isaia 30: 11, e il loro desiderio veniva ora appagato. Il
timore di Dio non li disturbava più. Satana stava alla testa della
nazione, e le supreme autorità civili e religiose erano sotto il suo
dominio.
I
capi delle opposte fazioni talvolta si alleavano per depredare e
torturare le loro povere vittime; quindi si scagliavano gli uni contro
gli altri e si uccidevano senza pietà. Perfino la santità del tempio
non riusciva a frenare la loro ferocia. Gli adoratori venivano
trucidati dinanzi all'altare, e il santuario era contaminato dai
cadaveri degli uccisi. Eppure, nella loro cieca e blasfema presunzione,
gli istigatori di simili efferatezze dichiaravano pubblicamente di non
temere che Gerusalemme sarebbe stata distrutta, in quanto essa era la
città di Dio. Per stabilire con maggiore saldezza la loro autorità,
essi pagarono dei falsi profeti perché proclamassero, perfino quando le
legioni romane assediavano il tempio, che il popolo doveva aspettarsi
la liberazione da parte di Dio. Alla fine, intere moltitudini finirono
col credere che l'Altissimo sarebbe intervenuto per distruggere i loro
avversari. Ma Israele, purtroppo, aveva sprezzato la protezione divina
e ora si trovava senza difesa. Infelice Gerusalemme! Straziata dalle
lotte intestine, vedeva il sangue dei suoi figli, che si uccidevano a
vicenda, arrossare le strade, mentre gli eserciti nemici battevano le
sue fortificazioni e facevano strage dei suoi uomini di guerra.
Tutte
le predizioni di Gesù relative alla distruzione di Gerusalemme si
avveravano alla lettera, e i giudei vedevano l'esattezza delle parole
di avvertimento: « Con la misura onde misurate, sarà misurato a voi »
Matteo 7: 2.
Segni
e prodigi apparvero quale preannuncio di disastri e di desolazione. In
piena notte una luce irreale risplendé sul tempio e sull'altare. Sulle
nubi del tramonto si videro i carri e i soldati schierati in battaglia.
I sacerdoti che di notte ministravano nel tempio rimasero terrorizzati
da rumori misteriosi: la terra tremava e una grande quantità di voci
gridavano: « Andiamo via di qui! ». La grande porta orientale, così
pesante che a fatica poteva essere chiusa da una ventina di uomini e
che era assicurata da pesanti sbarre di ferro infisse nella pietra del
pavimento, si aprì a mezzanotte senza opera di mani (Milman, The
History of the Jews, libro 13).
Per
sette anni un uomo percorse le strade di Gerusalemme annunciando i mali
che stavano per abbattersi sulla città. Giorno e notte egli ripeteva: «
Una voce dall'oriente! Una voce dall'occidente! Una voce dai quattro
venti! Una voce contro Gerusalemme e contro il tempio! Una voce contro
gli sposi e contro le spose! Una voce contro il popolo! » Ibidem.
Arrestato e fustigato, non emise un solo lamento. Agli insulti e alle
percosse, rispose: « Guai, guai a Gerusalemme! Guai ai suoi abitanti!
». Il suo grido di avvertimento finì solo quando egli morì nel corso
dell'assedio da lui predetto.
Nella
distruzione di Gerusalemme non perì neppure un cristiano. Gesù aveva
avvertito i suoi discepoli, e così tutti coloro che credettero nelle
sue parole tennero conto del segno da lui predetto: « Quando vedrete
Gerusalemme circondata d'eserciti », aveva detto Gesù, « sappiate
allora che la sua desolazione è vicina. Allora quelli che sono in
Giudea, fuggano ai monti; e quelli che sono nella città, se ne partano
» Luca 21: 20, 2 l. Dopo che i romani, al comando di Cestio, avevano
circondato la città, inaspettatamente interruppero l'assedio, proprio
quando tutto sembrava favorevole a un attacco a fondo. Gli assediati
che cominciavano a disperare di poter resistere oltre, erano sul punto
di arrendersi quando il generale romano fece ritirare le sue forze,
senza nessun apparente motivo. Era la misericordia di Dio che dirigeva
le cose per il bene dei suoi figli. Il segno preannunciato era stato
così offerto ai cristiani in attesa, ed essi ebbero l'opportunità di
seguire l'avvertimento dato dal Salvatore. Le cose andarono in modo
tale che ne i giudei, né i romani ostacolarono minimamente la fuga dei
cristiani. I giudei si lanciarono all'inseguimento delle forze romane
in ritirata e così, mentre gli opposti eserciti erano impegnati in una
furibonda mischia, i cristiani poterono abbandonare la città. In quel
momento l'intera contrada era priva di nemici ì quali, altrimenti,
avrebbero cercato di intervenire e di ostacolarli. Inoltre, durante
l'assedio i giudei erano riuniti a Gerusalemme per la celebrazione
della festa dei Tabernacolí, e questo permise ai cristiani dell'intera
zona di andarsene indisturbati. Essi fuggirono verso un luogo sicuro:
la cittadina di Pella, nella Perea, oltre il Giordano.
Le
forze giudaiche lanciate all'inseguimento di Cestio e del suo esercito,
piombarono sui romani con tanto impeto da minacciarne la distruzione
totale. Fu con grande difficoltà che i romani riuscirono a sottrarvisi
con la ritirata. I giudei non ebbero quasi nessuna perdita e
rientrarono a Gerusalemme da trionfatori, portando i trofei della loro
vittoria. Questo apparente successo, però, fu dannoso perché ispirò
loro un tale spirito di ostinata resistenza ai romani che rapidamente
determinò un male indicibile sulla città votata alla distruzione.
Terribili
furono le calamità che si abbatterono su Gerusalemme, quando l'assedio
fu ripreso da Tito. La città fu investita al tempo della Pasqua, quando
milioni di giudei erano convenuti dentro le sue mura. Le scorte di
viveri che, se accuratamente amministrate, sarebbero potute bastare
agli abitanti per anni, erano andate distrutte in seguito alle gelosie
e alle rappresaglie degli opposti partiti. Si finì, così, col conoscere
tutto l'orrore della fame. Una misura di frumento si vendeva per un
talento. Gli stimoli della fame erano così forti che gli uomini
rosicchiavano il cuoio delle cinture, dei sandali e perfino degli
scudi. Di notte, molti uscivano dalla città per andare a cogliere le
erbe selvatiche che crescevano fuori delle mura. In tal modo non pochi
giudei furono fatti prigionieri e uccisi dopo atroci torture. Spesso
accadeva che quanti ritornavano da queste spedizioni notturne venivano
aggrediti dai propri concittadini e depredati del frutto della
rischiosa impresa. Le torture più inumane furono inflitte'da chi stava
al potere per costringere a consegnare quelle modeste riserve di viveri
che qualcuno era riuscito a occultare. Non di rado queste crudeltà
erano perpetrate da uomini ben pasciuti i quali volevano unicamente
accumulare una buona riserva per l'avvenire.
I
morti per fame o in seguito a epidemie furono migliaia. L'affetto
naturale sembrava scomparso: i mariti derubavano le mogli e le mogli i
mariti; i figli, a loro volta, giungevano financo a strappare il cibo
dalla bocca dei genitori anziani. La domanda del profeta: « Una donna
dimentica ella il bimbo che allatta? », trovava una risposta all'ombra
delle mura della città. « Delle donne... hanno con le lor mani fatto
cuocere i loro bambini, che han servito loro di cibo, nella ruina della
figliuola del mio popolo » Isaia 49: 15; Lamentazioni 4: 10. Si
adempieva di nuovo il vaticinio profetico dato quattordici secoli
prima: « La donna più delicata e più molle tra voi, che per mollezza e
delicatezza non si sarebbe attentata a posare la pianta del piede in
terra, guarderà di mal occhio il marito che le riposa sul seno, il suo
figliuolo e la sua figliuola, per non dar loro nulla... de' figliuoli
che metterà al mondo, perché, mancando di tutto, se ne ciberà di
nascosto, in mezzo all'assedio e alla penuria alla quale i nemici
t'avranno ridotto in tutte le tue città » Deuteronomio 28: 56, 57.
I
capi romani cercarono di terrorizzare i giudei per costringerli
allaresa. I prigionieri che resistevano venivano percossi, torturati e
crocifissi sotto le mura della città. Ogni giorno, tali esecuzioni si
contavano a centinaia. La cosa continuò fino a che, lungo la valle di
Giosafat e sul Calvario ci furono tante croci che non c'era quasi più
spazio per passarvi in mezzo. Si effettuava così, e in modo spaventoso,
l'imprecazione pronunciata dal popolo dinanzi a Pilato: « Il suo sangue
sia sopra noi e sopra i nostri figliuoli » Matteo 27: 25.
Tito,
sconvolto alla vista di tutti questi mucchi di cadaveri che giacevano
nella vallata intorno a Gerusalemme, avrebbe messo fine volentieri a
tali orrori e risparmiato alla città una sorte crudele. Dall'alto del
monte degli Ulivi egli contemplò estatico il meravigli-oso tempio, e
diede ordine ai suoi uomini che non ne fosse toccata neppure una
pietra. Prima di dare inizio all'attacco di quella fortezza, Tito
rivolse un ultimo invito ai capi giudei, perché essi non lo
costringessero a contaminare col sangue quel sacro luogo. Se essi
fossero usciti di là, per combattere altrove, nessun romano avrebbe
violato la santità del tempio. Giuseppe (Flavio) stesso, con un
eloquente appello esortò i giudei alla resa e li invitò a salvarsi e a
salvare la città e il sacro luogo di culto. In risposta, ebbe
imprecazioni e frecce che cercavano di colpire quell'ultimo mediatore
umano. I giudei avevano respinto le esortazioni del Figliuolo di Dio, e
ora ogni altro invito non faceva che accrescere in loro la
determinazione a resistere fino all'ultimo. Vani furono, pertanto, gli
sforzi di Tito per salvare il tempio. Qualcuno più grande di lui aveva
dichiarato che non sarebbe rimasta pietra sopra pietra.
La
cieca ostinazione dei capi giudei e i tremendi crimini perpetrati nella
città assediata, suscitarono l'orrore e l'indignazione dei romani. Tito
alla fine, decise di prendere d'assalto il tempio, intenzionato,
possibilmente, a salvaguardarlo dalla distruzione. I suoi ordini, però,
non furono rispettati. Dopo che, calata la notte, egli si era ritirato
sotto la sua tenda, i giudei fecero una sortita dal tempio contro i
soldati romani. Nella foga della lotta, un soldato gettò una torcia
accesa attraverso un'apertura del portico, e immediatamente le stanze
adiacenti il tempio, rivestite di legno. di cedro, furono preda delle
fiamme. Tito si precipitò sul posto, seguito dai suoi generali e dai
legionari, e diede ordine ai soldati di spegnere l'incendio. Le sue
parole non furono ascoltate. Nel loro furore i soldati si precipitarono
nell'interno del recinto sacro e passarono a fil di spada quanti si
erano rifugiati nelle stanze attigue al sacro luogo. Il sangue scorreva
a fiotti, scendendo dai gradini. I giudei morivano a migliaia. Al di
sopra del fragore della battaglia si udirono delle voci gridare: «
Icabod! » - la gloria se n'è andata!
«
Tito non riuscì a frenare l'ira dei suoi uomini. Penetrato nel tempio
in compagnia degli ufficiali, osservò l'interno del sacro edificio e
rimase colpito dal suo splendore. Siccome le fiamme non avevano ancora
raggiunto il luogo santo, Tito fece un ultimo tentativo per salvarlo,
invitando i soldati ad arrestare il progredire dell'incendio. Il
centurione Liberale cercò di imporre l'ubbidienza, in questo
assecondato dagli altri ufficiali, ma tutto fu vano: il senso dì
rispetto verso l'imperatore fu sopraffatto dalla furibonda animosità
contro i giudei, oltre che dall'eccitazione della battaglia e dalla
sete di saccheggio. I soldati vedevano ovunque il luccichio dell'oro,
reso ancor più rutilante dalla v ampa delle fiamme, e pensavano che nel
santuario fossero accumulate incalcolabili ricchezze. Un soldato, senza
essere visto da nessuno, gettò una torcia accesa attraverso una porta
scardinata, e in un baleno l'intera costruzione divenne preda del
fuoco. Il fumo accecante e denso costrinse gli ufficiali a ripiegare, e
così il maestoso tempio fu abbandonato alla sua sorte.
«
Se per i romani simile spettacolo era spaventoso, si immagini che cosa
esso dovesse rappresentare per i giudei! La cima del colle che dominava
la città fiammeggiava come il cratere di un vulcano. Gli edifici
crollavano l'uno dopo l'altro con un fragore pauroso, ed erano
inghiottiti dalla voragine ardente. I tetti di cedro sembravano
altrettante lingue di fuoco; i pinnacoli scintillavano, simili a fasci
di luce rossa; le torri emettevano lunghe volute di fumo e di fiamme.
Le colline circostanti la città erano illuminate a giorno, mentre
gruppi di persone, somiglianti a macchie scure, contemplavano sgomente
i progressi della devastazione. Le mura e le parti più elevate della
città brulicavano di volti, alcuni pallidi per l'angoscia della
disperazione, altri animati da impotente sete di vendetta. Le grida dei
soldati romani che si muovevano qua e là, e il lamento di chi periva
preda delle fiamme, si univano al fragore della conflagrazione e al
rombo tonante delle grosse travi che crollavano. Gli echi dei monti
rimandavano e ripetevano gli urli della popolazione. Ovunque, le mura
risuonavano di gemiti e di lamenti: uomini che morivano di fame,
raccoglievano le loro ultime forze per emettere un estremo grido di
angoscia e di desolazione.
«
La strage che avveniva all'interno era più spaventosa dello spettacolo
esterno. Uomini e donne, vecchi e giovani, insorti e sacerdoti, chi
combatteva e chi implorava pietà, venivano trucidati in una
indiscríminata carneficina. Siccome, poi, il numero degli uccisi era
superiore a quello degli uccisori, i legionari romani per portare a
termine la loro opera di sterminio erano costretti a calpestare mucchi
di cadaveri >> Milman, The History of the Jews, libro 16.
Dopo
la distruzione del tempio, l'intera città cadde nelle mani dei romani.
I capi giudei avevano abbandonato le torri inespugnabili e Tito, nel
trovarle deserte, le contemplò con meraviglia e dichiarò che era stato
Dio a dargliele nelle mani, poiché nessun congegno bellico, per potente
che fosse, avrebbe potuto determinare la conquista di quelle superbe
fortificazioni. Città e tempio furono rasi al suolo, e la terra sulla
quale sorgeva la casa sacra fu « arata come un campo » Geremia 26: 18.
Nell'assedio e nella strage che ne seguì. perirono oltre un milione di
persone. I sopravvissuti furono fatti prigionieri, venduti come
schiavi, condotti a Roma per ornare il corteo trionfale del
conquistatore, dati in pasto alle belve negli anfiteatri, dispersi come
miseri pellegrini senza casa e senza tetto per tutta la terra.
I
giudei erano gli artefici dei propri ceppi: avevano, cioè, colmato il
calice dell'ira. Nella totale distruzione che si abbatté su loro come
nazione, come anche in tutte le calamità che seguirono la loro
dispersione, essi non fecero che raccogliere la messe di quanto avevano
seminato con le proprie mani. Dice il profeta: « t la tua perdizione, o
I sraele... tu sei caduto per la tua iniquità » Osca 13: 9; 14: l. Le
sofferenze d'Israele sono spesso presentate come un castigo abbattutosi
sulla nazione in seguito a un decreto divino. t in questo modo che il
grande seduttore cerca di nascondere la sua opera., Le cose, in realtà,
non stanno così: con l'ostinato rigetto dell'amore e della misericordia
di Dio, i giudei avevano provocato il ritiro da loro della protezione
divina. Satana ebbe la possibilità di dominarli secondo la sua volontà.
Le paurose crudeltà avvenute nella distruzione di Gerusalemme sono la
dimostrazione del potere vendicativo di Satana su quanti si mettono
sotto il suo controllo.
Noi,
forse, non ci rendiamo conto di quanto dobbiamo essere grati a Cristo
per la pace e la protezione di cui godiamo. t la potenza limitatrice di
Dio che impedisce all'umanità di passare completamente sotto il giogo
di Satana. I disubbidienti e gli ingrati debbono essere anch'essi
riconoscenti all'Eterno per la misericordia e lo spirito di
sopportazione di cui Egli dà prova, mettendo un freno al potere
malefico del grande nemico delle anime. Però, quando gli uomini
oltrepassano i limiti della divina sopportazione, questo freno viene
rimosso. Dio non si erge dinanzi al peccatore come esecutore della
sentenza emessa contro i trasgréssori: Egli abbandona a se stessi
coloro che respingono la sua grazia, e cosi essi finiscono col
raccogliere quanto hanno seminato. Ogni raggio di luce respinto, ogni
avvertimento sprezzato o non preso in considerazione, ogni passione
soddisfatta, ogni trasgressione della legge di Dio rappresentano
altrettanto seme sparso, seme che darà inevitabilmente il suo frutto.
Lo Spirito di Dio osteggiato costantemente, alla fine viene ritirato
dal peccatore che, in tal modo, si trova sotto il pieno dominio delle
passioni dell'anima e senza protezione contro le astuzie e l'inimicizia
di Satana. La distruzione di Gerusalemme è un avvertimento tragico e
solenne per tutti coloro che scherzano con i richiami della grazia
divina e resistono agli inviti della misericordia di Dio. Mai era stata
data una più chiara dimostrazione dell'odio di Dio per il peccato e
dell'inevitabile punizione che si abbatterà sul colpevole.
La
profezia del Salvatore relativa al castigo di Gerusalemme avrà un
secondo adempimento, di cui quella terribile devastazione è solo una
pallida immagine. Nella sorte della città eletta, noi possiamo vedere
la condanna di un mondo che ha rigettato la misericordia di Dio e che
ha calpestato la sua legge. Quanto sono tragici i resoconti della
miseria umana della quale è stata testimone la terra nel corso di
lunghi secoli di criminalità. Il -cuore freme e la mente viene meno
dinanzi a siffatta costatazione. Terribili sono le conseguenze del
rigetto dell'Autorità celeste. Eppure, le rivelazioni sul futuro
offrono un quadro ancora più oscuro. La storia del passato -lunga
teoria di sommosse, di conflitti, di sconvolgimenti, di guerre in cui «
... ogni calzatura... ogni mantello avvoltolato nel sangue, saran dati
alle fiamme » Isaia 9: 4 - che cosa è in fondo se messa in confronto
con i terrori di quel gran giorno in cui lo Spirito di Dio sarà rimosso
e non terrà più a freno la manifestazione delle umane passioni e della
rabbia di Satana? Allora il mondo vedrà, come mai prima, i risultati
del suo governo.
In
quel giorno, come accadde al tempo della distruzione di Gerusalemme, il
popolo di Dio sarà salvato; salvato « chiunque... sarà iscritto tra i
vivi » Isaia 4: 3. Cristo dichiarò che Egli verrà la seconda volta per
raccogliere a sé gli eletti: « Manderà i suoi angeli con gran suono di
tromba a radunare i suoi eletti dai quattro venti, dall'un capo
all'altro de' cieli » Matteo 24: 31. Coloro che, invece, non avranno
ubbidito all'Evangelo, saranno consumati dallo spirito della sua bocca
e distrutti dal fulgore della sua apparizione (2 Tessalonicesi 2: 8).
Come nell'antico Israele, gli empi si autodistruggono e cadono a
cagione della loro inquítà. In seguito a una vita di peccato, essi si
sono messi in disaccordo con Dio, e la loro natura è stata talmente
degradata dal male che la manifestazione della gloria divina è per essi
come un fuoco divorante.
Che
gli uomini facciano attenzione e non trascurino la lezione insegnata
dalle parole di Gesù. Allo stesso modo, come Egli avvertì i suoi
discepoli della distruzione di Gerusalemme, dando loro un segno
dell'avvicinarsi della rovina affinché potessero mettersi in salvo,
così Egli ha avvertito il mondo della distruzione finale e ha fornito i
segni premonitori del suo avvicinarsi, affinché chiunque vuole possa
sottrarsí all'ira avvenire. Gesù ha detto: « E vi saranno de' segni nel
sole, nella luna e nelle stelle; e sulla terra, angoscia delle nazioni
» Luca 21: 25; Matteo 24: 29; Marco 13: 24-26; Apocalisse 6: 12-17.
Quanti osservano questi segni della sua venuta sanno che Egli « è
vicino, proprio alle porte » Matteo 24: 33. « Vegliate dunque », sono
le sue parole di ammonimento, « perché non sapete quando viene il
padron di casa... » Marco 13: 35. Chi ascolta l'avvertimento non sara
lasciato nelle tenebre, e quel giorno non lo troverà impreparato. Chi,
invece, non veglia, si accorgerà che quel giorno verra per lui « come
viene un ladro nella notte » 1 Tessalonicesi 5: 2-5.
Il
mondo, oggi, non è più pronto a dar credito al messaggio per l'ora
presente di quanto lo fossero i giudei a ricevere l'avvertimento del
Salvatore relativo a Gerusalemme. Ad ogni modo, venga quando venga, il
giorno di Dio sopraggiungerà inatteso per gli empi. Mentre la vita
prosegue il suo corso abituale; mentre gli uomini sono assorbiti dal
piacere, dagli affari, dal traffico, dalla sete di guadagno; mentre i
capi religiosi esaltano i progressi e la luce del mondo; mentre la
gente si culla in una fallace sicurezza, allora, come un ladro che in
piena notte ruba nelle case incustodite, una inattesa e repentina
distruzione si abbatterà sugli empi e sui noncuranti e « non
scamperanno affatto » 1 Tessalonicesi 5: 3.
Capitolo 2
Primi Cristiani
Quando
Gesù rivelò ai suoi discepoli quale sarebbe stata la sorte di
Gerusalemme, parlò loro anche delle scene relative al suo secondo
avvento, e predisse l'esperienza del suo popolo dal momento in cui Egli
sarebbe stato accolto in cielo a quello del suo ritorno con potenza e
gloria per la loro liberazione. Dall'alto del monte degli Ulivi, il
Salvatore vide l'uragano che stava per abbattersi sulla chiesa
apostolica; e, addentrandosi ancor più nel futuro, i suoi occhi
scorsero le furiose e devastatrici tempeste che avrebbero colpito i
suoi seguaci nel corso dei secoli dì tenebre e di persecuzione. Con
pochi e brevi cenni di tremenda portata, Egli predisse quello che i
capi di questo mondo avrebbero escogitato contro la chiesa di Dio
(Matteo 24: 9, 21, 22). I seguaci di Cristo avrebbero dovuto percorrere
lo stesso sentiero di umiliazioni, di scherni e di sofferenze calcato
dal Maestro. L'inimicizia che si era manifestata contro il Redentore
del mondo si sarebbe manifestata anche contro tutti coloro che
avrebbero creduto nel suo nome.
La
storia della chiesa primitiva testimonia del pieno adempimento delle
parole del Salvatore. Le potenze terrene e quelle infernali si
allearono contro Cristo nella persona dei suoi seguaci. Il paganesimo,
prevedendo che, se il Vangelo avesse trionfato, i suoi templi e i suoi
altari sarebbero stati spazzati via, riunì le sue forze per annientare
il Cristianesimo e accese ì fuochi della persecuzione. I cristiani
furono privati di quanto possedevano, strappati alle loro case e
sottoposti - a tremende afflizioni (Ebrei 10: 32). Essi subirono: «
scherni e flagelli; ed anche legami e prigione » Ebrei 11: 36 (D).
Innumerevoli furono coloro che suggellarono col sangue la loro
testimonianza. Nobili e schiavi, ricchi e poveri, colti e incolti,
tutti furono trucidati senza pietà.
Queste
persecuzioni, cominciate con Nerone pressappoco al tempo del martirio
dell'apostolo Paolo, proseguirono - con maggiore o minore
violenza-attraverso i secoli. I cristiani venivano falsamente accusati
dei più abietti crimini e considerati la causa di ogni calamità:
carestie, pestilenze, terremoti. Diventati, così, oggetto dell'odio e
del sospetto popolare, erano ingiustamente accusati da informatori
assetati di guadagno. Venivano condannati come ribelli all'impero,
nemici della religione e « peste » sociale. Numerosíssimi furono quelli
che vennero gettati in pasto alle belve o arsi vivi negli anfiteatri.
Alcuni furono crocifissi; altri, coperti con pelli di animali
selvatici, vennero gettati nell'arena per essere dilaniati dai cani. Il
loro martirio, spesso, costituiva la parte centrale delle feste
pubbliche. Grandi moltitudini di persone si riunivano per godersi
quello spettacolo, e salutavano l'agonia di chi moriva con risa e
applausi.
Ovunque
cercassero rifugio, i cristiani erano braccati come animali da preda,
ed erano perciò costretti a nascondersi in luoghi solitari e desolati:
« bisognosi, afflitti, maltrattati (di loro il mondo non era degno),
vaganti per deserti e monti e spelonche e per le grotte della terra »
Ebrei 11: 37, 38. Le catacombe offrirono un riparo a migliaia di essi.
Sotto le colline circostanti Roma, lunghe gallerie erano state scavate
nella terra e nella roccia; questa buia e intricata rete di corridoi si
estendeva per chilometri e chilometri oltre le mura della città. In
tali rifugi sotterranei, i seguaci di Cristo seppellivano i loro morti.
Quando, poi, erano sospettati e proscritti, vi trovavano una casa.
Allorché il Datore della vita sveglierà tutti coloro che hanno
combattuto il buon combattimento, molti martiri di Cristo usciranno da
queste sinistre caverne.
Sotto
la più violenta persecuzione, questi testimoni di Gesù serbarono
incontaminata la loro fede. Sebbene privi di ogni comodità, separati
dalla luce del sole, perché costretti ad abitare nel buio ma amico
rifugio sotterraneo, non si lamentavano. Con parole di fede, di
pazienza e di speranza si incoraggiavano a vicenda a sopportare le
privazioni e la distretta. La perdita di ogni vantaggio terreno non
poteva costringerli a rinunciare alla loro fede in Cristo. Prove e
persecuzioni erano solo altrettanti passi che li avvicinavano al loro
riposo e alla loro rimunerazione.
Come
i servitori di Dio dell'antichità, molti furono « martirizzati non
avendo accettata la loro liberazione affin di ottenere una risurrezione
migliore » Ebrei 11: 35. Essi ricordavano le parole del Maestro:
perseguitati per amore di Cristo, dovevano stimarsi felici perché
grande sarebbe stata la loro ricompensa in cielo, in quanto prima di
loro anche i profeti erano stati ugualmente perseguitati. Essi si
rallegravano di essere stati considerati degni di soffrire per la
verità, e canti di trionfo salivano di mezzo alle fiamme crepitanti.
Guardando in alto con fede, vedevano Gesù e gli angeli chinarsi oltre i
bastioni celesti e osservarli con profondo interesse, approvando la
loro fermezza. Una voce, procedente dal trono di Dio, annunciava: « Sii
fedele fino alla morte, e io ti darò la corona della vita » Apocalisse
2: 10.
Vani
furono gli sforzi di Satana per distruggere la chiesa di Cristo con la
violenza. Il grande conflitto nel quale i discepoli di Cristo
Perdettero la vita non finì quando questi fedeli vessilliferi caddero
al loro posto di combattimento. Sconfitti, furono vincitori. Gli operai
di Dio furono trucidati, è vero, però l'opera andò avanti speditamente;
il Vangelo continuò a essere predicato, e il numero dei suoi aderenti
aumentò sempre di più. Esso penetrò anche nelle regioni che fino ad
allora erano state inaccessibili perfino alle aquile romane. Un
cristiano, nel corso di una discussione con governanti pagani che
propugnavano la continuazione delle persecuzioni, affermò: « Voi potete
ucciderci, torturarci, condannarci... La vostra ingiustizia è la
dimostrazione della nostra innocenza... A nulla serve la vostra
crudeltà ». Essa, infatti, non era altro che un efficace invito a
spingere altri alla persuasione cristiana. « Più noi siamo da voi
falciati, più il nostro numero aumenta: il sangue dei martiri è una
semenza! » Tertulliano, Apologia, par. 50.
Migliaia
furono imprigionati e uccisi; ma altri vennero a colmare i vuoti da
essi lasciati. Quelli che venivano martirizzati per la loro fede erano
assicurati a Cristo e da lui considerati vincitori. Essi avevano
combattuto il buon combattimento e avrebbero ricevuto la corona della
gloria all'avvento di Cristo. Le sofferenze sopportate valsero a
spingere i cristiani ancora più vicini gli uni agli altri e al loro
Rendenrore. L'esempio dato con la loro vita e la loro testimonianza in
punto di morte era una costante conferma della verità. Accadde - cosa
del tutto inattesa- che dei sudditi di Satana si sottrassero al giogo
del peccato e si schierarono sotto la bandiera di Cristo.
Satana,
allora, cercò di elaborare dei piani che gli consentissero di lottare
con maggior successo contro il governo di Diol piantando la sua
bandiera addirittura nella chiesa cristiana. Se i seguaci di Cristo
Potevano essere ingannati e sedotti, e così indotti a dispiacere a Dio,
la loro forza e la loro compattezza sarebbero venute meno, ed essi
sarebbero diventati una facile preda.
Il
grande avversario fece in modo di vincere con l'astuzia là dove non era
riuscito Con la forza. La persecuzione finì, e al suo posto subentrò la
pericolosa attrattiva della prosperità temporale e dell'onore del
mondo. Gli idolatri furono indotti ad accettare una parte della fede
cristiana pur rigettando altre verità essenziali. Essi dicevano di
accettare Cristo come Figliuolo di Dio e di credere nella sua morte e
nella sua risurrezione; però non avevano la convinzione del proprio
peccato e perciò non sentivano alcun, bisogno di pentimento e di
cambiamento del cuore. Con alcune concessioni da parte loro, proposero
che i cristiani, a loro volta, ne facessero altre per modo che tutti
potessero unirsi sulla comune base della credenza in Cristo.
La
chiesa venne a trovarsi in un serio pericolo. La prigione, la tortura,
il fuoco, la spada erano delle benedizioni in confronto con la nuova
situazione che si era andata determinando. Alcuni rimasero fedeli,
dichiarando di non poter addivenire a compromessi di sorta. Altri,
però, furono del parere che si poteva fare qualche concessione e
modificare alcuni elementi della loro fede per unirsi a coloro che
avevano accettato una parte del Cristianesimo, insistendo sul fatto che
ciò poteva significare il mezzo più idoneo per la conversione dei
pagani. Fu quello un tempo di profonda angoscia per i fedeli seguaci di
Cristo perché, sotto il manto di un preteso Cristianesimo, Satana si
insinuò nella chiesa per corrompere l'integrità della fede dei credenti
e distogliere la loro mente dalla verità.
Alla
fine, la maggior parte dei cristiani acconsentirono a fare delle
concessioni e si addivenne, così, all'unione del Cristianesimo col
paganesimo. Quantunque gli adoratori degli idoli asserissero di essersi
convertiti e di essersi uniti alla chiesa, in realtà erano tuttora
attaccati all'idolatria: si erano unicamente limitati a cambiare gli
oggetti del loro culto ricorrendo alle immagini di Gesù, di Maria e dei
santi. Il lievito dell'idolatria fu messo nella chiesa e continuò la
sua opera nefasta. Dottrine false, riti superstiziosi, cerimonie
idolatriche furono incorporati nella dottrina e nel culto. Essendosi i
seguaci di Cristo congiunti con gli idolatri, la religione cristiana si
corruppe e la chiesa finì col perdere la sua purezza e il suo vigore.
Non mancarono, è vero, quelli che non si lasciarono fuorviare da questi
inganni, che rimasero fedeli all'Autore della verità e che adorarono
solo Iddio.
Fra
quanti si professano seguaci di Gesù, ci sono sempre state due classi:
mentre una studia la vita del Salvatore e cerca sinceramente di
correggere i propri difetti e di conformarsi al Modello divino, l'altra
sembra evitare di proposito le chiare e precise verità che mettono a
nudo l'errore. Anche quando la chiesa si trovava nelle sue migliori
condizioni, non è mai stata composta unicamente di elementi fedeli,
puri e sinceri. Il nostro Salvatore insegnò che quanti volontariamente
indulgono nel peccato, non debbono essere accolti nella chiesa;
nondimeno Egli accolse degli uomini dal carattere difettoso e accordò
loro il beneficio del suo insegnamento e del suo esempio perché
avessero l'opportunità di riconoscere i propri sbagli e di correggersi.
Fra i dodici apostoli c'era un traditore. Giuda fu accettato non per i
suoi difetti di carattere, ma nonostante i difetti stessi. Egli fu
aggiunto agli altri discepoli perché, tramite l'insegnamento di Cristo
e il suo esempio, egli potesse sapere in che cosa consiste un carattere
cristiano ed essere indotto a riconoscere i suoi sbagli e a pentirsi, e
con l'aiuto di Dio giungere alla purezza dell'anima, mediante
l'ubbidienza alla verità. Ma Gíuda non camminò nella luce che
risplendeva su di lui, e cedendo al peccato lasciò il campo libero alle
tentazioni di Satana. I lati negativi del suo carattere ebbero il
sopravvento, ed egli abbandonò la propria mente al controllo. delle
forze delle tenebre. Ogni volta che i suoi errori venivano
rimproverati, egli si adirava e così, a poco a poco, di caduta in
caduta, giunse al crimine supremo: il tradimento di Gesù. Altrettanto
accade a chi accarezza il male, pur indossando il mantello della
devozione. Tali persone odiano chi turba la loro pace, condannando il
peccato che stanno commettendo. Quando poi, come fu il caso di Giuda,
si presenta l'opportunità favorevole, finiscono col tradire chi li
aveva richiamati al dovere unicamente per il loro bene.
Gli
apostoli, nella chiesa,. ebbero a che fare con gente che si dicevia
pia, pia che segretamente coltivava il peccato. Anania e Saffira, ad
esempio, recitarono la parte degli ingannatori, asserendo di fare un
grande sacrificio per il Signore, mentre in realtà avevano
fraudolentemente trattenuto una parte del denaro per se stessi. Lo
Spirito di verità rivelò agli apostoli qual era il vero carattere di
questi impostori, e il castigo si abbatté immediato e severo, liberando
la chiesa da una macchia che ne avrebbe offuscato la purezza.
Quest'azione evidente dello Spirito di Cristo in seno alla comunità
cristiana terrorizzò gli ipocriti e coloro che agivano male. Essi non
potevano rimanere uniti con quanti, per abitudini e disposizioni, erano
fedeli testimoni di Cristo. Quando sopraggiunsero le prove e le
persecuzioni, desiderarono diventare discepoli di Cristo unicamente
coloro che erano disposti ad abbandonare tutto per amore della verità.
Così, finché ci furono persecuzioni, la chiesa si mantenne
relativamente pura; però, quando le persecuzioni cessarono, si
aggiunsero alla comunità cristiana delle persone parzialmente sincere e
devote, e fu così che Satana riuscì a mettere il piede nella chiesa.
Non
c'è unione fra il Principe della luce e il principe delle tenebre, come
non puo esservene fra i loro seguaci. Quando i cristiani acconsentirono
a unirsi con chi, provenendo dal paganesimo, era solo a metà
convertito, cominciarono a calcare un sentiero che li avrebbe condotti
sempre più lungi dalla verità. Satana esultava nel vedere la riuscita
dei suoi piani nel sedurre un così gran numero di seguaci di Cristo, e
si adoperò per indurli a perseguitare coloro che rimanevano fedeli a
Dio. Nessuno sapeva meglio combattere la verità di coloro che un tempo
ne erano stati i difensori. Questi cristiani apostati, unendosi ai
compagni tuttora a metà pagani, si accanirono contro gli aspetti
fondamentali della dottrina di Cristo.
Questo
richiese una lotta asperrima da parte di coloro che intendevano
rimanere fedeli, nonostante gli inganni e le abominazionì che sotto i
paramenti sacerdotali venivano introdotti nella chiesa. La Bibbia non
era più considerata come regola di fede. La dottrina della libertà
religiosa era definita eresia, e i suoi sostenitori erano odiati e
proscritti.
Dopo
una lotta dura e prolungata, i pochi rimasti fedeli decisero di
separarsi dalla chiesa apostata se questa avesse continuato ad aderire
alla falsità e all'idolatria. Essi videro che tale separazione si
imponeva se volevano ubbidire alla Parola di Dio: non ardivano
tollerare oltre gli errori fatali alle- loro anime e dare un esempio
che avrebbe messo in pericolo la fede dei loro figli e dei loro
discendenti. Per garantire la pace e l'unità essi erano disposti, sì, a
fare delle concessioni, purché esse fossero coerenti con la fedeltà a
Dio. Non potevano, pero, assolutamente addivenire a compromessi che
significassero il sacrificio delle proprie convinzioni religiose. Se
l'unità poteva essere raggiunta solo compromettendo la verità e la
giustizia, allora erano pronti a tutto, anche a lottare.
Sarebbe
bene per la chiesa e per il mondo che i princìpi che sostennero queste
anime generose, rivivessero nel cuore di quanti si dicono figliuoli di
Dio. C'è un'allarmante indifferenza per quel che riguarda le dottrine
fondamentali della fede cristiana, e si va rafforzando l'idea che dopo
tutto esse non sono di importanza vitale. Questa degenerazione
fortifica le mani degli agenti di Satana, sì che tali false teorie e
inganni fatali, che i cristiani dei tempi andati affrontarono con grave
rischio della propria vita, sono oggi considerati favorevolmente da
migliaia di persone che si dicono seguaci di Cristo.
I
primi cristiani formavano davvero un popolo particolare. Il loro
comportamento irreprensibile e la loro fede incrollabile, costituivano
un costante rimprovero per i peccatori ostinati. Quantunque essi
fossero numericamente pochi, privi di ricchezze, di posizioni, di
titoli onorifici, erano un motivo di terrore per chi agiva male, e
ovunque il loro carattere e la loro dottrina erano conosciuti. Perciò
erano odiati dagli empi, come Abele era odiato dal malvagio Caino. Per
la stessa ragione che spinse Caino a uccidere il fratello, coloro che
cercavano di sottrarsi ai richiami dello Spirito Santo misero a morte
il popolo di Dio. In fondo, era la stessa ragione che aveva indotto i
giudei a rigettare il Salvatore e a crocifiggerlo: la purezza e la
santità del suo carattere erano un costante rimprovero al loro egoismo
e alla loro corruzione. Dai giorni di Cristo in poi, i suoi discepoli
fedeli hanno provocato l'odio e l'opposizione di chi ama e segue le vie
del peccato.
Ci
si potrebbe chiedere, allora, ín che modo il Vangelo può essere
definito un messaggio di pace. Quando il profeta Isaia predisse la
nascita del Messia, gli attribuì il titolo di « Principe della pace ».
Quando gli angeli annunciarono ai pastori la nascita di Cristo,
cantarono nelle pianure di Betlemme: « Gloria a Dio ne' luoghi
altissimi, pace in terra fra gli uomini ch'Egli gradisce! » Luca 2: 14.
C'è un'apparente contraddizione fra queste affermazioni e quella di
Gesù: « Non son venuto a metter pace, ma spada » Matteo 10: 34. Se
giustamente comprese, queste parole si armonizzano fra loro. Il Vangelo
è un messaggio di pace; il Cristianesimo è un sistema che, se accettato
e messo in pratica, dà pace, armonia e felicità a tutta la terra. La
religione di Cristo unisce con vincoli di fratellanza tutti coloro che
ne accettano gli insegnamenti. La missione di Gesù, quale fu se non
quella di riconciliare gli uomini con Dio e gli uni con gli altri?
Purtroppo, però, il mondo si trova sotto il dominio di Satana che è il
più acerrimo nemico di Cristo. Il- Vangelo presenta princìpi di vita
che sono in netto contrasto con le abitùdini e i desideri del mondo. Ne
deriva, perciò, la ribellione di quanti odiano la purezza che mette a
nudo e condanna i loro peccati. Essa porta alla persecuzione e alla
distruzione di quanti esortano ad attenersi alla giu
stizia
e alla santità del messaggio di Cristo. t in questo senso che il
Vangelo è definito una spada: l'esaltazione della verità provoca, per
reazione, l'odio e la contesa. Il Vangelo, così, è chiamato una spada.
La
misteriosa provvidenza che perTnette che il giusto soffra la
persecuzione per mano degli empi, è stata motivo di grande perplessità
per molti che erano deboli nella fede. Alcuni finiscono addirittura col
perdere la loro fiducia in Dio perché Egli lascia che i malvagi
prosperino, mentre i buoni e i puri sono spesso afflitti e tormentati
dal crudele potere dei primi. Come è possibile -si chiedono- che un Dio
giusto e misericordioso, infinito in potenza, possa tollerare tanta
ingiustizia e tanta oppressione? Questa è una domanda con la quale'noi
non abbiamo nulla a che fare. Poiché Dio ci ha dato prove sufficienti
del suo amore, noi non dobbiamo affatto dubitare della sua bontà, anche
se non sempre riusciamo a comprendere le vie della sua provvidenza. Il
Salvatore, prevedendo i dubbi che si sarebbero insinuati nella mente
dei suoi discepoli nell'ora della prova e delle tenebre, disse loro: «
Ricordatevi della parola che v'ho detta: Il servitore non è da più del
suo signore. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi »
Giovanni 15: 20. Gesù ha sofferto per noi più di quanto possa mai avere
sofferto uno qualsiasi dei suoi seguaci. Quanti sono chiamati a
soffrire torture e martirio non fanno che calcare le orme del diletto
Figliuolo di Dio.
«
Il Signore non ritarda l'adempimento della sua promessa » 2 Pietro 3:
9. Egli non dimentica e non trascura i suoi figli: permette solo che
gli empi rivelino il loro vero carattere affinché chiunque voglia fare
la sua volontà non sia tratto in inganno da loro. Inoltre, i giusti
sono posti nella fornace dell'afflizione per essere purificati e perché
il loro esempio possa convincere altri sulla realtà della fede e della
pietà, e infine perché il loro comportamento coerente suoni condanna
per gli empi e per gli increduli.
Dio
permette all'empio di prosperare e di rivelare la sua inimicizia contro
il cielo, affinché quando egli avrà colmato la misura della sua
iniquità, tutti possano riconoscere la giustizia divina e la divina
misericordia nella totale distruzione dei malvagi. Il giorno della sua
vendetta si avvicina; in esso tutti coloro che avranno trasgredito la
sua legge e oppresso il suo popolo riceveranno la giusta retribuzione
per le loro opere. Allora ogni atto di crudeltà e di ingiustizia verso
i figliuoli di Dio sarà punito come se fosse stato fatto a Cristo
stesso.
C'è,
però, un'altra domanda, ancora più importante, che dovrebbe richiamare
l'attenzione delle chiese di oggi. Paolo dichiara: « Tutti quelli che
vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati » 2
Timoteo 3: 12. Perché, allora, la persecuzione sembra sonnecchiare? La
sola ragione è che la chiesa si è conformata al mondo e così non
provoca opposizioni. La religione corrente dei nostri giorni non
riveste il carattere di purezza e di santità che contraddistinse la
fede cristiana ai tempi di Cristo e degli apostoli. t solo perché
esiste uno spirito di compromesso col peccato; perché le grandi verità
della Parola di Dio sono considerate con indìfferenza; perché vi è
nella chiesa tanta poca pietà vitale, che il Cristianesimo è popolare
nel mondo. Lasciate che ci sia un risveglio della fede e della potenza
della chiesa primitiva, e allora lo spirito di persecuzione rivivrà e
saranno di nuovo accesi i fuochi del-la persecuzione.
Capitolo 3
Un'èra di Tenebre Spirituali
L'apostolo
Paolo, nella sua seconda lettera ai Tessalonicesi, predisse la grande
apostasia che sarebbe derivata dall'instaurarsi del potere papale. Egli
affermò che il giorno del Signore « non verrà se prima non sia venuta
l'apostasia e non sia stato manifestato l'uomo del peccato il figliuolo
della perdizione, l'avversario, colui che s'innalza sopra tutto quello
che è chiamato Dio od oggetto di culto; fino al punto da porsi a sedere
nel tempio di Dio, mostrando se stesso e dicendo ch'egli è Dio ».
L'apostolo, inoltre, avvertì i fratelli: « Il mistero dell'empietà è
già all'opra » 2 Tessalonicesi 2: 3, 4, 7. Egli vedeva, fin d'allora,
insinuarsi nella chiesa degli errori che avrebbero preparato la via
allo sviluppo del papato.
A
poco a poco, prima in modo furtivo e silenzioso, poi sempre più
apertamente a mano a mano che acquistava vigore, « il mistero
dell'empietà » finì col dominare le menti degli uomini, con la sua
opera empia e blasfema. In maniera quasi impercettibile, le usanze
pagane penetrarono nella chiesa cristiana. Lo spirito di compromesso e
di conformismo era stato tenuto a freno quando la chiesa subiva le più
violente persecuzioni a opera del paganesimo. Però, quando queste
cessarono e il Cristianesimo penetrò nelle corti e nei palazzi reali,
si abbandonò gradatamente l'umile semplicità di Cristo e degli
apostoli, per accettare la pompa e l'orgoglio dei sacerdoti e dei
governatori pagani. Alle richieste di Dio si sostituirono le teorie e
le predizioni umane. La conversione nominale di Costantino, all'inizio
del quarto secolo, provocò un grande giubilo, e il mondo, sotto
l'apparenza della giustizia, entrò nella chiesa. Fu così che l'opera
della corruzione andò progredendo rapidamente. Il paganesimo, che .
sembrava sconfitto, divenne conquistatore. Il suo spirito dominava
ormai la chiesa. Le sue dottrine, le sue cerimonie e le sue
superstizioni vennero incorporate nella fede e nel culto di coloro che
si dicevano seguaci. di Cristo.
Questo
compromesso fra paganesimo e Cristianesimo favorì lo sviluppo dell'uomo
del peccato, predetto dalla profezia come oppositore e soppiantatore di
Dio. Questo gigantesco sistema di falsa religione è il capolavoro della
potenza di Satana: monumento degli sforzi da lui compiuti per salire
sul trono e dominare la terra secondo la sua volontà.
Una
volta Satana cercò di giungere a un compromesso con Gesù. Si avvicinò
al Figliuolo di Dio e mostrandogli tutti i regni del mondo e la loro
gloria, glieli offrì in cambio del riconoscimento, da parte di Gesù,
della supremazia del principe delle tenebre. Cristo respinse il
tentatore presuntuoso e lo costrinse a ritirarsi. Satana, però, riesce
a conseguire migliori risultati quando rivolge le stesse tentazioni
agli uomini. Per assicurarsi vantaggi e onori terreni, la chiesa fu
indotta a ricercare il favore e il sostegno dei grandi uomini della
terra; e avendo così rigettato Cristo, scelse di tributare omaggio al
rappresentante di Satana, il vescovo di Roma.
Una
delle dottrine base del Romanesimo consiste nel riconoscere nel papa il
capo visibile della chiesa universale di Cristo, investito di una
suprema autorità sui vescovi e sui pastori di ogni parte del mondo.
Inoltre, sono attribuiti al papa i titoli della Deità. Egli è stato
definito « Signore Dio il papa » (1) ed è stato dichiarato infallibile.(2)
Egli esige l'omaggio di tutti gli uomini, e così la pretesa di Satana
nei confronti di Cristo è portata avanti per mezzo della chiesa di
Roma, sì che molti sono quelli che gli rendono omaggio.
Coloro,
però, che temono Dio e lo riveriscono affronteranno questa audace
sollecitazione, come Gesù affrontò l'invito del subdolo nemico: « Adora
il Signore Iddio tuo, e servi a lui solo » Luca 4: 8 (D). Dio non ha
mai minimamente accennato nella sua Parola al fatto che Egli abbia
designato un uomo come capo della chiesa. La dottrina della supremazia
papale è in diretta opposizione con l'insegnamento delle Sacre
Scritture. Il papa non può avere nessun potere sulla chiesa di Cristo,
se non mediante l'usurpazione.
I
sostenitori della chiesa di Roma persistono nell'accusare i protestanti
di eresia e di volontaria separazione dalla vera chiesa. In realtà,
quest'accusa si applica proprio a loro, perché sono essi che hanno
ammain ato la bandiera di Cristo e si sono allontanati dalla « fede,
che è stata una volta per sempre tramandata ai santi » Giuda 3.
Satana
sa benissimo che le Sacre Scritture aiutano gli uomini a smascherare le
sue insidie e a resistere al suo potere. Lo stesso Salvatore del mondo,
infatti, -resistette ai suoi attacchi mediante la Parola. Ogni volta
Egli oppose lo scudo della verità eterna: « Sta scritto ». A ogni
insinuazione dell'avversario, Egli presentò la sapienza e la potenza
della Parola. Satana, per riuscire a dominare gli uomini e a stabilire
l'autorità dell'usurpatore papale, deve mantenerli nell'ignoranza delle
Scritture, in quanto esse esaltano Dio e lasciano l'uomo nella
posizione che gli compete. Perciò egli vorrebbe che le Sacre Scrítture
rimanessero nascoste e fossero addirittura soppresse. Questa logica fu
adottata dalla chiesa di Roma. Per secoli la diffusione della Bibbia fu
vietata; era proibito leggerla o averla in casa. Questo, nell'intento
di permettere che sacerdoti e prelati, privi di scrupoli, ne
interpretassero gli insegnamenti in modo da poter sostenere le loro
pretese. Fu così che il papa venne quasi universalmente riconosciuto
come vice gerente di Dio sulla terra, dotato di autorità sia sulla
chiesa che sullo stato.
Eliminate
le Sacre Scritture che potevano smascherare l'errore, Sa tana potè
agire a proprio arbitrio. La profezia aveva annunciato che il papato
avrebbe pensato di « mutare i tempi e la legge » Daniele 7: 25, e la
cosa non tardò a compiersi. Per offrire ai pagani convertiti un so
stituto all'adorazione degli idoli e così promuovere la loro
accettazione nominale del Cristianesimo, piano piano penetrò nel culto
cristiano l'a dorazione delle immagini e delle reliquie. Il decreto di
un concilio generale(3)
venne poi a sanzionare questo sistema idolatrico. Per completare la sua
opera sacrilega, Roma ebbe l'ardire di togliere dalla legge di Dio il
secondo comandamento, che vieta il culto delle immagini, e di dividere
il decimo in due, per conservare invariato il numero dei comandamenti.
Lo
spirito di concessione al paganesimo schiuse la porta a un crescente
dispregio dell'autorità celeste. Satana, operando attraverso i
dirigenti inconvertiti della chiesa; calpestò anche il quarto
comandamento e si sforzò di eliminare l'antico sabato, giorno benedetto
e santificato da Dio (Genesi 2: 2, 3), per esaltare al suo posto la
festività celebrata dai pagani come « venerabile giorno del sole ». Il
cambiamento, all'inizio, non avvenne apertamente. Nei primi secoli il
sabato era stato osservato da tutti i cristiani; essi erano gelosi
dell'onore di Dio, stimavano immutabile la sua legge e custodivano con
zelo la santità dei suoi precetti. Satana, però, operando con la
massima sottigliezza tramite i suoi agenti, riuscì ad attuare il suo
proponimento. Affinché l'attenzione della gente fosse richiamata sulla
domenica, essa fu dichiarata giorno festivo in onore della risurrezione
di Gesù. Quel giorno si celebravano delle funzioni religiose, però si
trattava di un giorno di svago, mentre il sabato conservava il suo
carattere di santità.
Per
preparare la via all'opera che intendeva compiere, Satana aveva spinto
i giudei, prima della venuta di Cristo, ad appesantire il sabato con le
più rigorose esigenze, tanto da renderne l'osservanza un peso. Ora,
traendo profitto dalla falsa luce che lo circondava, egli riuscì a
farlo considerare come una istituzione prettamente giudaica. Mentre i
cristiani in generale continuavano a osservare la domenica come un gaio
giorno di festa, egli li spinse -nell'intento di dimostrare il loro
odio verso il Giudaesimo- a fare del sabato un giorno di digiuno, pieno
di malinconia e di tristezza.
All'inizio
dei quarto -secolo, l'imperatore Costantino emanò un decreto che
dichiarava la domenica giorno di festa per tutto l'impero romano(4)
Il « giorno del sole » era rispettato da tutti i sudditi pagani e
onorato anche dai cristiani. La politica imperiale, perciò, mirò a
unire gli interessi contrastanti del paganesimo e del Cristianesimo.
L'imperatore fu sollecitato a questo dai vescovi della chiesa che,
spinti dall'ambizione e dalla sete di potere, si rendevano conto che se
uno stesso giorno veniva osservato tanto dai cristiani che dai pagani,
ne sarebbe derivata l'accettazione nominale del Cristianesimo da parte
di questi ultimi, e così la chiesa ne avrebbe tratto potenza e gloria.
Molti cristiani timorati di Dio furono gradualmente indotti a
considerare la domenica come dotata di un certo grado di santità, pur
continuando a osservare il sabato come giorno del Signore, in
ottemperanza al quarto comandamento.
Il
grande seduttore, però, non aveva completato la sua opera: era deciso a
riunire tutto il mondo cristiano sotto la sua bandiera e ad esercitare
la sua autorità attraverso il suo vice gerente, l'orgoglioso pontefice,
il quale pretendeva di essere il rappresentante di Cristo. Per mezzo di
pagani solo a metà convertiti, di prelati ambiziosi e di membri di
chiesa amanti del mondo, egli riuscì ad attuare il suo proponimento. Di
quando in quando venivano convocati grandi concili nei quali
convenivano i dignitari delle chiese del mondo intero. Quasi in ogni
concilio il sabato stabilito da Dio veniva spinto sempre più giù,
mentre, allo stesso tempo, la domenica era costantemente innalzata. Fu
così che tale festività pagana finì con l'essere onorata come
un'istituzione divina, mentre il sabato biblico venne definito «
reminiscenza del Giudaesimo », e la sua osservanza dichiarata decaduta.
Il
grande apostata era riuscito a esaltare se stesso « sopra chiunque è
chiamato dio, o divinità » 2 Tessalonicesi 2: 4 (D), aveva osato
cambiare l'unico precetto della legge divina che addita in modo
inconfondibile all'umanità l'Iddio vivente e vero. Nel quarto
comandamento Dio è rivelato come Creatore dei cieli e della terra, e
quindi è distinto da tutti i falsi dèi. Quale memoriale della
creazione, il settimo giorno fu santificato come giorno di riposo per
l'uomo. Esso era destinato a conservare sempre vivo dinanzi alle menti
umane il fatto che Dio è sorgente di tutto e oggetto del culto e
dell'adorazione. Satana, che cerca sempre di distogliere gli uomini
dalla loro fedeltà all'Eterno e dall'ubbidienza alla sua legge,
concentra tutte le sue energie specialmente contro il comandamento che
indica in Dio il Creatore.
Oggi
i protestanti sostengono che la risurrezione di Cristo, avvenuta di
domenica, ha fatto di quel giorno il sabato cristiano. Manca loro,
però, l'appoggio delle Sacre Scritture, perché è evidente che tale
onore non fu conferito a quel giorno né da Gesù, né dagli apostoli.
L'osservanza della domenica come istituzione cristiana ebbe origine dal
« mistero dell'empietà » 2 Tessalonicesi 2: 7, che era già all'opera al
tempo di Paolo. Del resto, dove e quando il Signore avrebbe adottato.
questa figlia del papato? Quale valida ragione potrebbe essere fornita
per u n cambiamento che le Scritture non sanzionano?
Nel
sesto secolo il papato si era saldamente stabilito fissando la sua sede
nella città imperiale. Il vescovo di Roma fu dichiarato capo di tutta
la chiesa: il paganesimo aveva ceduto il passo al papato e il dragone
aveva dato alla bestia « la propria potenza e il proprio trono e grande
potestà » Apocalisse 13: 2.(5)
Ebbero allora inizio i milleduecentosessant'anni di oppressione papale
predetti nelle profezie di Daniele e dell'Apocalisse (Daniele 7: 25;
Apocalisse 13: 5-7). I cristiani furono costretti a scegliere: o
rinunciare alla propria integrità e accettare le cerimonie e il culto
papali, oppure affrontare il carcere, il rogo, il patibolo, la mannaia
del carnefice. Si adempirono le parole di Gesù: « Voi sarete traditi
perfino da genitori, da fratelli, da parenti e da amici; faranno morire
parecchi di voi; e sarete odiati da tutti a cagion del mio nome » Luca
21: 16, 17. La persecuzione si abbatté sui fedeli con inaudita
veemenza, e il mondo diventò un immane campo di battaglia. Per
centinaia di anni la chiesa di Cristo trovò rifugio nei luoghi deserti
e nell'oscurità. « E la donna fuggì nel deserto, dove ha un luogo
preparato da Dio, affinché vi sia nutrita per milleduecentosessanta
giorni » Apocalisse 12: 6.
L'ascesa
al potere della chiesa romana segnò l'inizio del Medioevo. A mano a
mano che la sua potenza cresceva, le tenebre si facevano più fitte. La
fede, che una volta si accentrava su Cristo, il vero fondamento, si
trasferì sul papa di Roma. La gente, anziché confidare nel Figliuolo di
Dio per la remissione dei peccati e per la salvezza eterna, guardava al
papa, ai sacerdoti e ai prelati, ai quali il pontefice delegava la
propria autorità. Si insegnava che il papa era il mediatore terreno e
che nessuno poteva avvicinarsi a Dio se non per mezzo di lui. Si
insegnava che per gli uomini egli occupava il posto di Dio, e che
perciò doveva essere ubbidito. Una deviazione dalle direttive da lui
impartite era motivo sufficiente perché i più severi castighi si
abbattessero sui corpi e sulle anime dei colpevoli. Così la mente degli
uomini fu distolta da Dio e rivolta su esseri fallibili, soggetti
all'errore, crudeli; anzi, si può addirittura affermare che essa si
rivolse sullo stesso principe delle tenebre, il quale esercitava la
propria autorità per mezzo di loro. Il peccato si celava dietro un
manto di santità. Quando le Scritture vengono soppresse e l'uomo si
considera un essere superiore, non ci si può aspettare che frode,
inganno, iniquità. Con l'esaltazione di leggi e tradizioni umane, si
manifestò in pieno la corruzione che sempre deriva dall'abbandono della
legge di Dio.
Per
la chiesa di Cristo furono giorni pericolosi. Pochi erano coloro che
tenevano alta la bandiera della verità. Sebbene la verità non fosse
rimasta priva di testimoni, talvolta pareva che l'errore e la
superstizione dovessero trionfare e che la vera religione dovesse
essere bandita dalla terra. Il Vangelo era stato perduto di vista,
mentre si moltiplicavano le forme della religione e la gente veniva
oppressa da rigorose imposizioni.
Gli
uomini erano non solo esortati a guardare al papa come loro mediatore
terreno, ma a confidare nelle proprie opere per la remissione dei
peccati. Lunghi pellegrinaggi, atti di penitenza, adorazione delle
relíquie, erezione di chiese, cappelle e altari, versamento di forti
somme di denaro alla chiesa: queste e altre cose simili erano imposte
per placare l'ira di Dio e assicurarsi il suo favore, quasi che Egli
fosse come gli uomini e che, irritandosi per delle futilità, potesse
essere placato con doni o atti di penitenza.
Nonostante
il vizio dilagasse anche fra i dirigenti della chiesa romana,
l'influsso di questa cresceva continuamente. Verso la fine dell'ottavo
secolo i sostenitori del papato affermarono che fin dai primi secoli i
vescovi di Roma avevano avuto lo stesso potere che ora avevano assunto.
Per dimostrarlo occorrevano delle prove che stabilissero l'esattezza di
quest'affermazione: tali prove furono suggerite dal padre della
menzogna. I monaci produssero degli scritti « antichi »: decreti
inediti di concili i quali stabilivano la supremazia universale del
papa fin dai tempi più remoti. Ne seguì che una chiesa che aveva
respinto la verità accettò avidamente questi inganni.(6)
I
pochi rimasti fedeli e che ancora edificavano sul vero fondamento (1
Corinzi 3: 10, 11) erano perplessi, perché ostacolati dalle scorie
delle false dottrine che impedivano la loro opera. Come gli antichi
costruttori delle mura di Gerusalemme al tempo di Nehemia, alcuni
ripetevano: « Le forze de' portatori di pesi vengon meno, e le macerie
sono molte; noi non potremo costruir le mura! » Nehemia 4: 10. Stanchi
per la costante lotta contro la persecuzione, l'inganno, l'iniquità e
ogni altro impedimento che Satana escogitava per ostacolare la loro
opera, alcuni, che pure erano stati fedeli edificatori, si persero di
animo. Per amore del quieto vivere e per salvaguardare sia quello che
possedevano, sia la propria vita, abbandonarono il vero fondamento.
Altri, invece, per nulla intimiditi dall'opposizione dei nemici,
dichiararono impavidi: « Non li temete! Ricordatevi del Signore, grande
e tremendo; e combattete » Nehemia 4: 14, e proseguirono la loro
attività con al fianco la spada (Efesini 6: 17).
In
ogni epoca lo stesso spirito di odio e di opposizione alla verità ha
ispirato i nemici di Dio. La stessa vigilanza e la stessa fedeltà sono
state sempre richieste dai suoi servitori. Le parole pronunciate da
Cristo ai primi discepoli sono rivolte anche ai suoi seguaci della fine
dei tempi: « Ora, quel che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate »
Marco 13: 37.
Le
tenebre si fecero sempre più fitte. Il culto delle immagini si andò
generalizzando; si accendevano ceri dinanzi ad esse, ed erano loro
offerte le preghiere. Si manifestò, allora, la più assurda e
superstiziosa forma di culto. Le menti degli uomini erano dominate
dalla superstizione a tal segno che la ragione parve del tutto
capitolare. Sacerdoti e vescovi erano amanti del piacere, sensuali e
corrotti; e il popolo, che guardava ad essi per essere guidato,
precipitava sempre più nell'ignoranza e nel vizio.
Un
altro passo in avanti nell'ambito delle pretese papali fu compiuto
nell'undicesimo secolo. Papa Gregorio VII proclamò la perfezione della
chiesa romana e affermò, tra l'altro, che secondo le Scritture essa non
aveva mai sbagliato, né mai avrebbe potuto sbagliare. Le Scritture,
però, non convalidavano questa sua dichiarazione. L'orgoglioso
pontefice, inoltre, pretendeva di avere l'autorità di deporre gli
imperatori, e affermò che nulla di quanto egli andava asserendo poteva
essere revocato, in quanto egli solo aveva il potere di annullare
qualsiasi altrui decisione.(7)
Un'impressionante
illustrazione del carattere tirannico di questo sostenitore
dell'infallibilità è fornita dal trattamento che egli riservò
all'imperatore di Germania Enrico IV, il quale, poiché ardì negare
l'autorità papale, venne scomunicato e detronizzato. Terrificato
dall'abbandono da parte dei principi e dalle loro minacce, in quanto
essi si sentivano incoraggiati alla ribellione dal decreto papale,
Enrico IV volle rappacificarsi con Roma. Accompagnato dalla moglie e da
un fido servitore, egli attraversò le Alpi in pieno inverno per andare
a umiliarsi dinanzi al pontefice. Giunto al castello (di Canossa. N. d.
T.) dove Gregorio si era ritirato, fu introdotto, privo della sua
guardia, in un cortile interno dove, in quel- gelido inverno, a capo
scoperto, a piedi nudi e vestito di sacco, attese che il papa lo
ammettesse alla sua presenza. Fu solo dopo tre giorni di digiuno,
seguito dalla confessione, che Enrico ottenne il perdono papale. Fu
perdonato, ma a condizione che aspettasse il beneplacito del papa prima
di poter ricevere nuovamente le insegne del suo potere, ossia
esercitare l'autorità reg |